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Annalisa Mancini

Annalisa Mancini

Sono una editor dalla lingua biforcuta ma dal cuore di panna, mangio musica e pastasciutta, scrivo e leggo di politica e ambiente. Se serve uso la penna rossa per i testi scritti da altri, do brutti voti solo dopo mezz'ora di arringa ma amo chi mi legge.

L'“Usignolo d'America” ha ora i capelli bianchi e una bellissima voce ruvida che domenica ù sceglie di condividere con il pubblico del Teatro Romano di Verona, prima tappa italiana del suo tour d'addio alle scene musicali.

Joan Baez, l'attivista-cantante degli anni della contestazione made in U.S.A., dice di essere stanca di tour mondiali eppure il suo ultimo album parla del mondo di oggi, di migranti e di piccole-grandi paure. 

E' la Joan Baez di sempre quella che dal palcoscenico veronese parla, cantando: il silenzio del pubblico al suo ingresso parla da sé e anticipa perfettamente l'intensità che lo seguirà.

Perfetta per rompere il ghiaccio la cover di un pezzo di Bob Dylan “Don't think twice it's alright”, brano a cui le si accredita la miglior interpretazione ma è solo con l'introduzione di “God is God” (brano di un suo album del 2008) che si comincia a scoprire di più della donna di Woodstock: “credo nelle profezie e nei miracoli”, dice. 

Eppure poi è dietro a un altro storico brano di Dylan che si trincera e che ottiene la fiducia del pubblico: “Farewell Angelina” apre così la strada alle canzoni del suo nuovo album “Whistle Down the Wind”, frutto di collaborazione con grandi autori come Tom Waits e Josh Ritter (sua “Silver Blade”).

Le sonorità folk prevalgono anche grazie alla bravura del polistrumentista Dirk Powell (piano, banjo, basso acustico, voci, chitarra) e - là dove non arriva la voce della nuova Joan Baez - arriva la bravissima back vocals scelta appositamente dall' “Usignolo”, che non ha paura di ammettere che le sue capacità vocali sono cambiate e peggiorate.

Prima delle sue consuete cover di “C'era un Ragazzo”, “Un mondo d'amore” e di “Me and Bobby McGee” (resa celebre da Janis Joplin), il momento più intenso è riservato a “Deportee”, brano del 1971 mai così attuale.

Uno strano addio quello di Joan Baez a Verona Folk 2018: l’”Usignolo” dall'ugola ruvida porta

ancora messaggi per il mondo.

Quando lo scorso 25 luglio saltella sui gradini del Vittoriale per salire sul palco di Tener-A-Mente 2018, Marcus Miller trova il suo pubblico, quello caldo e rumoroso che lo segue anche nella sua ultima avventura discografica: dopo Afrodeezia, il bassista newyorkese vincitore di due Grammy Awards è in Italia con il suo nuovo Laid Black, produzione Blue Note che sembra fotografare liberamente tutte le influenze moderne della musica nera: trap, hip-hop, funky.

La stessa storica casa discografica la definisce un'opera “genre-defying”, dove la morbida potenza dell'R&B si alterna a brani che parlano la lingua del southern hip-hop.

Il gran Maestro di Cerimonia è sempre lui: per due ore Marcus Miller dirige i suoi 4 talentuosi musicisti e la grande orchestra del pubblico, che tiene il tempo, canta, vuole alzarsi per ballare.

Sul palco del Vittoriale, Miller mescola l'acqua col vino e dopo il sound funky di Untamed, biglietto da visita dell'ultimo album, ripropone Papa was a rollin' stone, lasciando lo spazio che serve al virtuoso batterista Alex Bailey per farsi amare dal pubblico presente.

Dopo il funky di Detroit, Miller trova l'occasione di esaltare anche il sassofono del fedelissimo Alex Han e la tromba di Russel Gunn, che si faranno ricordare per il dialogo in Amandla (brano composto e arrangiato per Miles Davis nel 1989).

Trip trapfa muovere a tempo le teste dei fan e li prepara a canticchiare il refrain della già più conosciuta Hylife (dall'album Afrodeezia).

Prima di Tutu”, brano dell'omonimo album che fece guadagnare il Grammy a Miles Davis nel 1987, Miller abbandona il suo Fender Jazz per imbracciare il clarinetto basso: sulle note di Preacher's kid commuove il racconto del padre organista nella chiesa di quartiere e morto qualche mese prima.

La manifestazione Tener-A-Mente 2018 prosegue con Anna Calvi (30 luglio) e Yann Tiersen (21 luglio).

Dopo due anni dal suo ultimo sold out nella stessa magica location, Pat Metheny ritorna all’anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera e apre così il suo tour italiano dopo aver toccato già Portogallo, Spagna e Germania.

Due ore e mezza di vecchi successi rivisti e brani nuovi, composti appositamente per l’inedito ensemble di giovani musicisti che lo sta accompagnando lungo l’Europa: la fedele contrabbassista Linda May Han Oh, il virtuosissimo batterista Antonio Sanchez e il pianista Gwilym Simcock.

Attenti e rigorosi, sono un tutt’uno con le quattro chitarre usate da Metheny durante il concerto e sembrano conoscere alla perfezione ogni intenzione del genio del Missouri, che si affianca ad ognuno di loro in tre lunghi duetti finali ad esaltare il virtuosismo del singolo.

Il repertorio è quello della Pat Metheny Group, ben alternato a brani di Bright Size Life (allora registrato con Jaco Pastorius e Bob Moses) e Secret Story, album in cui il chitarrista è anche compositore e arrangiatore.

E anche se Metheny si ama considerare più interessato al lirismo che ai virtuosismi, non pochi sono i momenti di inarrivabile espressione tecnica e così, in duo con la precisissima contrabbassista australiana di origine malese, ripropone al pubblico del Vittoriale il “dialogo” chitarra-basso di Question and Answer.

Quello del quartetto di mercoledì 18 luglio è un concerto voluto per il gusto di suonare dal vivo: forse in autunno arriverà a essere un album ma niente di sicuro. “Un giorno credo che mi trasferirò qui”, dice Metheny a un pubblico di fedelissimi, che - trasportati dalle note amiche di Last Train Home - accettano di buon grado il divieto dell’artista di usare telefoni cellulari per qualsiasi scopo durante l’intero live.

La rassegna del Festival Tener-A-Mente continuerà al Teatro del Vittoriale di Gardone con Vinicio Capossela (21 luglio), Norah Jones (24 luglio), Marcus Miller (25 luglio), Anna Calvi (30 luglio) e Yann Tiersen (31 luglio).

Un’apertura di tutto rispetto quello della quattordicesima edizione di Note in Villa 2018, manifestazione organizzata dall’Associazione Amici della Musica in collaborazione con il Comune di Castelnuovo del Garda.

E’ toccato a Vanessa Tagliabue Yorke inaugurare lo scorso giovedì 28 giugno il primo dei cinque eventi musicali che anche quest’anno verranno ospitati nelle belle ville e corti storiche del territorio: a Palazzo Cossali Sella, la cantante e poliedrica artista era accompagnata dai musicisti che da due anni sono con lei nel progetto dedicato alla figura di Annette Hahnshaw (il clarinettista Francesco Bearzatti, il trombonista Mauro Ottolini e il pianista Paolo Birro,anche co-ideatore insieme alla Tagliabue del disco “We like it hot”).

Scongiurando la pioggia e schivando i moscerini, la Tagliabue Yorke ha ricostruito filologicamente il contributo di Annette Hahnshaw alla musica jazz degli anni Dieci e Venti, restituendolo al pubblico di Note in Villa con la sua voce calda e sicura: da “Am I blue” a “Little white lies” passando per il ritmo black bottom di “Don’t take that black bottom away” e a ballad come “Moon song”.

L’edizione 2018 di Note in Villa, sotto la direzione artistica del Maestro Emir Saul, prosegue alle ore 21:15 di tutti i prossimi quattro giovedì di luglio: giovedì 5 luglio alla Corte Fenilon della frazione di Oliosi con il tributo di Anthony Roccolano a Pino Daniele, giovedì 12 luglio a Corte Castelletti di Cavalcaselle con il folklore sudamericano dei Pampa Brass Quintet, giovedì 19 luglio a Villa Borgognoni-Tommasi (Sandrà) con la Ziki Paki Band e il suo varietà anni Venti. La rassegna chiuderà giovedì 26 luglio a Villa Tantini (Oliosi) con la Eusebio Martinelli Gipsy Orkestar.

 La diretta radio delle cinque serate è a cura di Radio Garda Fm, media partner di Note in Villa 2018.

“Evviva! Filosofia e musica!”: è l'esclamazione di Ludwig van Beethoven citata da Massimo Cacciari durante la sua lezione-teatro al Festival della Bellezza 2018 e che meglio descrive il tentativo del professore veneziano di spiegare al folto pubblico del Teatro Filarmonico il rapporto simbiotico e necessario tra composizioni musicali romantiche e estetica.

Un tentativo ben riuscito forse soprattutto per gli appassionati e gli studenti presenti in sala, sostenuto dalla bella retorica e dalla divertente pronuncia veneta di Cacciari, che è sembrato inizialmente impacciato ai suoi primi passi sul palco dello storico teatro gremito.

Un inedito viaggio per ripercorrere l'evoluzione della filosofia tra Ottocento e Novecento, da Kant a Schopenhauer passando per Hegel.

Una lezione in musica quella di Cacciari che ha regalato anche al pubblico meno preparato un'idea nuova del ruolo della musica: “quando, dopo il Bello, interviene il Sublime, la parola non basta più perché il Sublime parla della destinazione ultrasensibile dell'Anima”.

Ecco allora che solo la musica può descrivere l'infinita nostalgia (unendliche Sehnsucht) dell'uomo romantico, solo di fronte alla Natura fuori e dentro di sé.

Rari gli interventi della pianista Ilaria Loatelli, che si è esibita con il primo e terzo movimento de “La Tempesta” di Beethoven e in un “Improvviso” di Schubert.

“Festival della Bellezza”: una concezione alternativa dello spettacolo

Nel 2012 Ivano Fossati aveva giurato che non avrebbe più suonato dal vivo. E così ha fatto.

All'edizione 2018 del Festival della Bellezza, Fossati è con il giornalista Massimo Bernardini per presentare il lavoro di recupero dei nastri di Giorgio Gaber, attraverso un lavoro di ingegneria del suono che ha dato vita all'album “Le donne di ora”, titolo anche di un brano inedito dell'artista milanese scomparso nel 2003.

Fossati attraversa il palco del Teatro Romano di Verona a passi lunghi e parla al pubblico come un appassionato professore farebbe ai suoi studenti, ripercorrendo la discografia di Gaber nel contesto dell'Italia degli ultimi cinquant'anni.

Una lezione di storia della musica costruita da Massimo Bernardini – anche biografo di Giorgio Gaber – come un dialogo tra le canzoni del cantautore scomparso e i brani più significativi di Ivano Fossati.  A cominciare da “Ciao ti dirò”, brano del 1958 e disco che inaugura la carriera discografica di Gaber e la nascita della Dischi Ricordi: accreditato come il primo rock 'n roll italiano eppure suonato con stilemi jazz, “certifica – racconta Fossati – l'anomalia rappresentata da Gaber nel mondo della musica italiana”.

Anche la più famosa “Non arrossire” è stata fatta rivivere grazie alle tecniche digitali, restituendo così tutta la modernità dell'arrangiamento, la compattezza della sessione ritmica e la novità dei violini. “Non sono solo canzonette”, insomma, quelle di Gaber prima della nascita del signor G, ma opere di professionisti della musica, come Iller Pataccini per Gaber e Davide Martini per Fossati.

Con “Le strade di notte” del 1962, Gaber conferma la sua essenza avanguardista e per il testo usa parole che appartengono più alla letteratura che alla musica di quegli anni in Italia. Si apre così la strada per il teatro-canzone e per le collaborazioni importanti con professionisti della musica e artisti come Luporini, Simonetti e Casellato e per i recital con Mina, che nel 1970 affianca il signor G e lo farà conoscere al pubblico teatrale.

“Faticoso – racconta Fossati – è stato anche il recupero del nastro di “Com'è bella la città” (1968), amaro racconto per paradossi del mito del progresso e della città come promessa finita.

Un lavoro di remastering dei file digitali che Bernardini chiama scherzosamente “trattamento Fossati” e che al pubblico del Teatro Romano riserva l'ascolto dell'inedito “Le donne di ora”, completamente ricostruita da Fossati intorno alla bellissima voce di Giorgio Gaber.

“Sono le canzoni di una volta che ci illuminano, come dei piccoli miracoli e quello che fa di un musicista un grande artista è la sua natura intuitiva di anticipatore: negli anni sessanta e settanta la discografia era più illuminata ma non perché gli artisti fossero migliori!”.

Fossati non rimpiange i bei tempi né si chiude a retrospettive narcisistiche ma lascia aperta la porta ai giovani che fanno musica e che all'Università di Genova lo chiamano professore, mentre aspettano di rivederlo sul palco con la chitarra e la band.

“Non so. Non saprei dire. L'etica? Non sono competente in materia”. Laura Morante non sa. Almeno una decina di “non so” alle domande del giornalista Beppe Muraro durante la presentazione della sua raccolta di racconti “Brividi Immorali”, esordio letterario dell'attrice e regista.

E' una Morante ironica e modesta, sincera e timida quella che incontra il pubblico di Bardolino in occasione della rassegna Parole Sull'Acqua 2018”.

Un'esordiente d'eccezione che sembra però non cavalcare la fama di diva del cinema né di regista di successo né quella di “nipote di” (Elsa Morante, ben più nota scrittrice d'eccellenza). Siede elegante e composta di fronte a un pubblico numeroso, curioso di lei, dei suoi tic nervosi, della sua voce morbida e graffiata insieme che racconta di un'infanzia trascorsa tra i libri, “unico svago nella provincia di allora”.

La pubblicazione è arrivata su insistenza dell'amica Elisabetta Sgarbi, direttrice della casa editrice La Nave di Teseo, che è diventata a un certo punto anche la lettrice di riferimento della Morante: “A differenza di molti scrittori, come Céline ad esempio, che per scrivere hanno bisogno di immaginare un lettore ostile, io ho avuto bisogno di pensare a un pubblico amico”.

Ridacchia, con un  secco e contenuto "ah-ah" e chiude il tentativo di parlare di sé e della sua opera. “Brividi Immorali” prende il nome da uno degli interludi contenuti nella raccolta: “Un titolo ironico, i brividi sono in realtà piccole trasgressioni quotidiane, piccole aperture che si squarciano e diventano abissi”.

E così non raccogliere gli escrementi del cane diventa una sfida con se stessi, con l'etica, con ciò che è giusto e accettabile, innescando una divertente lista di future trasgressioni:

“E ora si aprono prospettive infinite.

Abbandonare sulla spiaggia un sacchetto di plastica.

Farsi strada sgomitando per arrivare tra i primi al buffet.

Corteggiare i potenti.”

[…]

La Morante scrive inconsapevole di aver trattato il tema della conciliazione della moralità con le proprie aspirazione e pulsioni, non sa individuare le influenze né si dimostra interessata a parlare delle nomination a David di Donatello e Nastri d'Argento.

Scrive però con due certezze: voler trattare le parole come musica, decidendo di dare una denominazione musicale ai racconti più brevi, aperti e chiusi dai pentagrammi di Nicola Piovani, e restituire la realtà con sincerità, con l'onestà di chi ricerca l'aggettivo giusto per giorni e giorni.

Non per perfezionismo maniacale bensì per rendere onore all'arte, “citando Cechov: si può ingannare la gente, persino Dio ma nell'arte non si può mentire”.

L'autrice chiarisce di aver trattato i racconti e gli interludi come dei ritratti dal vero, per quanto possano risultare surreali e lontani da una riproposizione naturalistica, lasciando libero sfogo all'attitudine del voler ascoltare più voci, di voler guardare la scena da più punti di vista: “Una questione di prospettiva, che ho cercato di rendere evidente diversamente dalla semplice economia dello sguardo e usando il filtro dell'ironia”.

Una Laura Morante diversa da quella che in molti si aspettavano: apparentemente altezzosa, troppo francese per essere italiana, si dice. Una grande che vorrebbe scomparire dietro alle parole scritte: “Amo la narrazione stratificata, in questo senso gli interludi hanno una scrittura meno egocentrica”, spiega.

Soprattutto nell'ultimo racconto (Controvoglia) le sembra di aver centrato l'obiettivo: lasciare che il racconto si componesse da solo, che la realtà apparisse evidente senza doverne scrivere.

Ma sono gli interludi i suoi preferiti: “Se potessi, scriverei solo haiku. Gli interludi mi hanno permesso una prosa musicale, con pari attenzione a senso e musica”.

Si tocca i capelli, ridacchia breve, sorride: “scrivere è stato un gesto temerario ma amo sfidare la mia natura di fifona”.

Eppure la Morante non teme il giudizio e stupisce ammettendo di preferire un buon libro a un buon film. Niente di autobiografico in Brividi immorali” perché tutto è autobiografico.

 

Prova disagio a un riporto cosciente del proprio vissuto e confessa di essere il giudice più severo di se stessa: “Ho paura di scrivere cose che non piacciano a me. Quando non piace a me, nessuna lode può compensare.”

Dimenticatevi Povia, il Festivalbar e Music Farm: quello è il Francesco Baccini di chi è nato dopo il 1980 o di chi ha sempre snobbato il cantautorato italiano. Baccini c’è ed è l’artista di sempre, che scandisce bene le parole dei suoi testi e li regala generoso anche sul palco di Cavaion Veronese nella fresca serata di domenica 20 maggio.

Da subito svela il suo sangue blues con “Troppa birra nei bar “e coccola i fan storici con la più celebre “Ho voglia di innamorarmi” ma resiste solo un paio di brani e poi non le manda a dire: è con un brano dello stesso album del 2010, la lucida e amara fotografia di “Ci devi fare un goal”, brano – come racconta Baccini stesso dal palco – scelto da Caterina Caselli (Sugar) e rifiutato da Sanremo.

E’ un’Italia immobile quella cantata dal cantautore genovese, fatta di “vite di serie C” e di paura, quella paura del diverso già nel 1993 e ben disegnata in “Mani di forbice”. Un’Italia che non deve piacere molto a Baccini, che pare improvvisare la scaletta in continuo dialogo con il suo chitarrista, Fabio Schimmenti, e il batterista Max Baldaccini (per un attimo alle prese con la percussione di un set di pentole), un Paese fatto anche di musicisti che abusano dell’autotune suscitando tutto il sarcasmo di cui l’artista è capace.

Negli anni settanta Baccini era il giovane e promettente portiere della Sampdoria, che coltivava i miti musicali di allora. Tra questi, Fabrizio De André, con il quale compone Genova Blues, inno dedicato alla sua città e quella che sarebbe diventata la sua nuova squadra del cuore dopo la morte del padre: il Genoa.

Un cantautore che non ha dunque paura di cambiare idea né di pentirsi e scusarsi per aver fatto scelte poco intelligenti per la sua integrità artistica, scelte che negli ultimi dieci anni hanno offuscato la qualità della sua produzione e fatto dimenticare la prima Targa Tenco conquistata nel 1989 con “Cartoons”.

Si regala al pubblico con professionalità, seduto alle tastiere dimostra di aver continuato a coltivare passione e conoscenza di uno strumento (il pianoforte) che conosce bene, la voce è chiara, ferma ed espressiva, non molto diversa da quella del 1990 nel brano “Le Donne di Modena”.

L’arma del sarcasmo ferisce ora come allora e definisce i contorni di una realtà che appare oggi ancor più vera di 22 anni fa, quando esce Filma”, brano censurato dalle radio per istigazione alla violenza. Erano i brutti anni di Pietro Maso e dei sassi dai cavalcavia e Baccini li aveva immaginati con i caratteri contemporanei della mania di apparire in video.

Canta il suo tributo a De André con l’altrettanto cinica “Ballata dell’amore cieco” e ripropone successi più recenti come la colonna sonora del campione di incassi “Maschi contro Femmine” (2010), pezzo frutto di una scrittura spontanea e fulminea: “mi hanno detto il titolo del film e l’ho composta in otto minuti”.

Ma il pubblico chiede “Sotto questo Sole”, tra i singoli più venduti del 1990, e “Margherita Baldacci”, geniale sberleffo alla musica leggera italiana.

Francesco Baccini accontenta il suo pubblico storico e sorprende chi si trovava a passar di lì per caso: jeans e cappellino, si alza in piedi e si inchina a ogni canzone, uomo da cabaret che fotografa il suo Paese, scanzonatamente romantico, genialmente normale.

 

 

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