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Radio Garda Fm in collaborazione con la Nomad Film (www.nomadfilm.it) e P.F.A. Films dal 21 giugno 

presentano

L'AFFIDO - UNA STORIA DI VIOLENZA 

 

74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

 Leone d'argento- Premio per la migliore regia

Leone del futuro - Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis"

Un esordio fuori dal comune – Le Monde

 

Un cast perfetto – Libération

Un debutto impressionante – The Hollywood Reporter

L'AFFIDO - UNA STORIA DI VIOLENZA

(Jusqu'à la garde)

un film di

Xavier Legrand

con

Denis Ménochet, Léa Drucker

Thomas Gioria, Mathilde Auneveux

distribuzione

Nomad Film Distribution e P.F.A. Films

***

SINOSSI

Dopo il divorzio da Antoine, Myriam cerca di ottenere l’affido esclusivo di Julien, il figlio undicenne.

Il giudice assegnato al caso decide però per l’affido congiunto. Ostaggio di un padre geloso e

irascibile, Julien vorrebbe proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia dell’ex coniuge. Ma

l’ossessione di Antoine è pronta a trasformarsi in furia cieca.

Accolto con entusiasmo dalla critica internazionale, premiato con il Leone d'argento per la migliore

regia e il Leone del Futuro come migliore opera prima all’ultima Mostra di Venezia, L'affido - Una

storia di violenza è un film che – come spiega il regista – “rivela la violenza sotterranea, le paure taciute, le

minacce sommesse” vissute ogni giorno da migliaia di donne, in tutto il mondo.

***

IL FILM SARA' PROIETTATO IN PRIMA VISIONE NAZIONALE NELLE SALE:

ALBEROBELLODEI TRULLI ARENA
BICOCCAUCI
BOLZANOCAPITOL
CAMAIOREBORSALINO
CASTELLANA GROTTEMILLELUCI
FIRENZESPAZIO UNO
FIUMICINOP.LEONARDO UCI
GENOVAAMERICA
MESTREUCI
MONCALIERIUCI
PADOVAMPX
PIACENZAUCI
PIOLTELLOUCI
PERUGIAPOST MODERNISSIMO
POLIGNANO A MAREVIGNOLA
PRATOCENTRO PECCI
REGGIO CALABRIALUMIERE
ROMANUOVO AQUILA
ROMANUOVO SACHER
ROMAUCI P.ROMA
SAVIGNANO RUBICONEUCI
SERAVEZZA SCUDERIE GRAN DUCALI
TORINOUCI LINGOTTO
TRENTOASTRA
TRIESTE GIOTTO
VILLESSEUCI GORIZIA

 

"Alla fine il nostro corpo rivestirà la bellezza dell'anima. L'anima si rivestirà della bellezza dello spirito." (Gianfranco Ravasi)

La V edizione del Festival della Bellezza, nella splendida cornice dei Giardini Giusti, per la sezione dedicata ai Maestri dello Spirito, ha visto sul palco l'attore Luigi Lo Cascio e la pianista Gloria Campaner, che hanno presentato "L'anima russa, Esenin e Rachmaninov", un reading-concerto su Sergej Aleksandrovič Esenin(1895-1925) e Sergej Vasil'evič Rachmaninov (1873-1943).

Esenin celebre poeta russo che, nonostante fosse profondamente legato alle sue radici contadine, si innamorò e sposò Isadora Duncan, danzatrice statunitense, restandole a fianco anche nelle sue tournée in Europa e negli Stati Uniti.

L'ambiente della Duncan e la barriera linguistica uniti alla lontananza sofferta minarono psicologicamente il poeta soggetto spesso a crisi di rabbia e abuso di alcolici. Il matrimonio, celebrato nel maggio del 1922, vide il suo epilogo con il ritorno a Mosca di Esenin, nel maggio 1923.

Luigi Lo Cascio, attoreconosciuto al grande pubblico per le sue interpretazioni cinematografiche nel cinema d’autore, interpreta Esenin in modo magistrale, studiando con attenzione, parole, inflessioni e stato d’animo del poeta russo. Al pianoforte Gloria Campaner, un vero talento, poliedrica e sensibile interprete che riesce a entrare nelle “ottave” Sergej Vasil'evič Rachmaninov in modo magistrale.

Due personalità difficili e combattute quelle di Esenin e Rachmaninov, simili anche nei percorsi di vita e le cui opere esigono uno studio approfondito e una interpretazione sopra le righe.

Esenin esprime attraverso Lo Cascio il rimpianto di una Russia cambiata non più vicina ai ricordi, all’ infanzia e alla famiglia, un tormentato senso di colpa per aver lasciato la sua terra come in "Ei tu Rus', amata mia", "Confessioni di un teppista", "L'uomo nero".

Un reading ben articolato che la pioggia ha interrotto a pochi minuti dal termine, le lacrime di Esenin?

Anche in questo caso organizzazione ineccepibile quella del Festival della Bellezza (IDEM)

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Nel 2012 Ivano Fossati aveva giurato che non avrebbe più suonato dal vivo. E così ha fatto.

All'edizione 2018 del Festival della Bellezza, Fossati è con il giornalista Massimo Bernardini per presentare il lavoro di recupero dei nastri di Giorgio Gaber, attraverso un lavoro di ingegneria del suono che ha dato vita all'album “Le donne di ora”, titolo anche di un brano inedito dell'artista milanese scomparso nel 2003.

Fossati attraversa il palco del Teatro Romano di Verona a passi lunghi e parla al pubblico come un appassionato professore farebbe ai suoi studenti, ripercorrendo la discografia di Gaber nel contesto dell'Italia degli ultimi cinquant'anni.

Una lezione di storia della musica costruita da Massimo Bernardini – anche biografo di Giorgio Gaber – come un dialogo tra le canzoni del cantautore scomparso e i brani più significativi di Ivano Fossati.  A cominciare da “Ciao ti dirò”, brano del 1958 e disco che inaugura la carriera discografica di Gaber e la nascita della Dischi Ricordi: accreditato come il primo rock 'n roll italiano eppure suonato con stilemi jazz, “certifica – racconta Fossati – l'anomalia rappresentata da Gaber nel mondo della musica italiana”.

Anche la più famosa “Non arrossire” è stata fatta rivivere grazie alle tecniche digitali, restituendo così tutta la modernità dell'arrangiamento, la compattezza della sessione ritmica e la novità dei violini. “Non sono solo canzonette”, insomma, quelle di Gaber prima della nascita del signor G, ma opere di professionisti della musica, come Iller Pataccini per Gaber e Davide Martini per Fossati.

Con “Le strade di notte” del 1962, Gaber conferma la sua essenza avanguardista e per il testo usa parole che appartengono più alla letteratura che alla musica di quegli anni in Italia. Si apre così la strada per il teatro-canzone e per le collaborazioni importanti con professionisti della musica e artisti come Luporini, Simonetti e Casellato e per i recital con Mina, che nel 1970 affianca il signor G e lo farà conoscere al pubblico teatrale.

“Faticoso – racconta Fossati – è stato anche il recupero del nastro di “Com'è bella la città” (1968), amaro racconto per paradossi del mito del progresso e della città come promessa finita.

Un lavoro di remastering dei file digitali che Bernardini chiama scherzosamente “trattamento Fossati” e che al pubblico del Teatro Romano riserva l'ascolto dell'inedito “Le donne di ora”, completamente ricostruita da Fossati intorno alla bellissima voce di Giorgio Gaber.

“Sono le canzoni di una volta che ci illuminano, come dei piccoli miracoli e quello che fa di un musicista un grande artista è la sua natura intuitiva di anticipatore: negli anni sessanta e settanta la discografia era più illuminata ma non perché gli artisti fossero migliori!”.

Fossati non rimpiange i bei tempi né si chiude a retrospettive narcisistiche ma lascia aperta la porta ai giovani che fanno musica e che all'Università di Genova lo chiamano professore, mentre aspettano di rivederlo sul palco con la chitarra e la band.

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"La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare" (Herman Hesse)

Dal 27 maggio al 10 giugno 2018, Verona ospita la quinta edizione del Festival della Bellezza, una manifestazione che offre spunti di riflessione sulla bellezza intesa non tanto in senso oggettivo ma come espressione racchiusa nelle opere di grandi artisti.

Le locations, scelte non a caso COME il Teatro Romano, il Teatro Filarmonico e uno degli esempi più belli di giardino all'italiana Il Giardino Giusti.

Tema di questa edizione sono gli anni '60 e '70; anni di fermento culturale e artistico, con particolare attenzione al fenomeno della canzone d'autore.

Il secondo appuntamento sul palco del Teatro Romano, per l'occasione sold-out,è stato con Gino Paoli classe 1934, primo interprete della canzone d'autore che, con gli Amici della Scuola Genovese, ha dato il via al connubio tra il testo poetico e la musica,accompagnato dal Trio Kàla: Rita Marculli al pianoforte, Ares Tavolazzi al contrabbasso, Alfredo Golino alla batteria.

"Paoli canta Paoli"questo il titolo del concerto il giusto concentrato di tutta la serata.

Gino Paoli e il suo essere distaccato dal mondo pur essendone interprete dei sentimenti, un racconto malinconico di chi ha già vissuto una vita e ora non deve chiedere permesso a nessuno, sul tempo trascorso, sui ricordi che sbiadiscono e sulla consapevolezza che "di te resta cosa hai dato non quello che hai avuto".

I maggiori successi del cantante di Monfalcone, sono rivisti in chiave Jazz ed è un susseguirsi: "Cosa farò da grande", "Sassi", "Il mare, il cielo, un uomo", "Sapore di Sale", "Che cosa c'è", "In un caffè", "La gatta", "Fingere di te", "E m'innamorerai", "Un altro amore", "Vivere ancora", "Albergo a ore" (Herbert Pagani 1944-1988) "Il cielo in una stanza", "Una lunga storia d'amore", "Senza fine"; bis con "Quattro amici al bar"

Riprendendo il filo del ricordo e degli amici che non ci sono più, ha reso omaggio a Bruno Lauzi (1937-2006)"Ritornerai", Luigi Tenco (1938-1967)"Vedrai", “Il Nostro Concerto” Umberto Bindi (1932-2002).

Nota di colore della serata, la pioggia arrivata alle 22.30 che ha permesso al pubblico in platea, di avvicinarsi al palco per ripararsi, godendo in questo modo di una posizione privilegiata sino alla fine del live. Un pubblico disciplinato che ha saputo “dare” a Gino Paoli oltre che ricevere.

Organizzazione ineccepibile quella del Festival della Bellezza (IDEM).

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“Non so. Non saprei dire. L'etica? Non sono competente in materia”. Laura Morante non sa. Almeno una decina di “non so” alle domande del giornalista Beppe Muraro durante la presentazione della sua raccolta di racconti “Brividi Immorali”, esordio letterario dell'attrice e regista.

E' una Morante ironica e modesta, sincera e timida quella che incontra il pubblico di Bardolino in occasione della rassegna Parole Sull'Acqua 2018”.

Un'esordiente d'eccezione che sembra però non cavalcare la fama di diva del cinema né di regista di successo né quella di “nipote di” (Elsa Morante, ben più nota scrittrice d'eccellenza). Siede elegante e composta di fronte a un pubblico numeroso, curioso di lei, dei suoi tic nervosi, della sua voce morbida e graffiata insieme che racconta di un'infanzia trascorsa tra i libri, “unico svago nella provincia di allora”.

La pubblicazione è arrivata su insistenza dell'amica Elisabetta Sgarbi, direttrice della casa editrice La Nave di Teseo, che è diventata a un certo punto anche la lettrice di riferimento della Morante: “A differenza di molti scrittori, come Céline ad esempio, che per scrivere hanno bisogno di immaginare un lettore ostile, io ho avuto bisogno di pensare a un pubblico amico”.

Ridacchia, con un  secco e contenuto "ah-ah" e chiude il tentativo di parlare di sé e della sua opera. “Brividi Immorali” prende il nome da uno degli interludi contenuti nella raccolta: “Un titolo ironico, i brividi sono in realtà piccole trasgressioni quotidiane, piccole aperture che si squarciano e diventano abissi”.

E così non raccogliere gli escrementi del cane diventa una sfida con se stessi, con l'etica, con ciò che è giusto e accettabile, innescando una divertente lista di future trasgressioni:

“E ora si aprono prospettive infinite.

Abbandonare sulla spiaggia un sacchetto di plastica.

Farsi strada sgomitando per arrivare tra i primi al buffet.

Corteggiare i potenti.”

[…]

La Morante scrive inconsapevole di aver trattato il tema della conciliazione della moralità con le proprie aspirazione e pulsioni, non sa individuare le influenze né si dimostra interessata a parlare delle nomination a David di Donatello e Nastri d'Argento.

Scrive però con due certezze: voler trattare le parole come musica, decidendo di dare una denominazione musicale ai racconti più brevi, aperti e chiusi dai pentagrammi di Nicola Piovani, e restituire la realtà con sincerità, con l'onestà di chi ricerca l'aggettivo giusto per giorni e giorni.

Non per perfezionismo maniacale bensì per rendere onore all'arte, “citando Cechov: si può ingannare la gente, persino Dio ma nell'arte non si può mentire”.

L'autrice chiarisce di aver trattato i racconti e gli interludi come dei ritratti dal vero, per quanto possano risultare surreali e lontani da una riproposizione naturalistica, lasciando libero sfogo all'attitudine del voler ascoltare più voci, di voler guardare la scena da più punti di vista: “Una questione di prospettiva, che ho cercato di rendere evidente diversamente dalla semplice economia dello sguardo e usando il filtro dell'ironia”.

Una Laura Morante diversa da quella che in molti si aspettavano: apparentemente altezzosa, troppo francese per essere italiana, si dice. Una grande che vorrebbe scomparire dietro alle parole scritte: “Amo la narrazione stratificata, in questo senso gli interludi hanno una scrittura meno egocentrica”, spiega.

Soprattutto nell'ultimo racconto (Controvoglia) le sembra di aver centrato l'obiettivo: lasciare che il racconto si componesse da solo, che la realtà apparisse evidente senza doverne scrivere.

Ma sono gli interludi i suoi preferiti: “Se potessi, scriverei solo haiku. Gli interludi mi hanno permesso una prosa musicale, con pari attenzione a senso e musica”.

Si tocca i capelli, ridacchia breve, sorride: “scrivere è stato un gesto temerario ma amo sfidare la mia natura di fifona”.

Eppure la Morante non teme il giudizio e stupisce ammettendo di preferire un buon libro a un buon film. Niente di autobiografico in Brividi immorali” perché tutto è autobiografico.

 

Prova disagio a un riporto cosciente del proprio vissuto e confessa di essere il giudice più severo di se stessa: “Ho paura di scrivere cose che non piacciano a me. Quando non piace a me, nessuna lode può compensare.”

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Dimenticatevi Povia, il Festivalbar e Music Farm: quello è il Francesco Baccini di chi è nato dopo il 1980 o di chi ha sempre snobbato il cantautorato italiano. Baccini c’è ed è l’artista di sempre, che scandisce bene le parole dei suoi testi e li regala generoso anche sul palco di Cavaion Veronese nella fresca serata di domenica 20 maggio.

Da subito svela il suo sangue blues con “Troppa birra nei bar “e coccola i fan storici con la più celebre “Ho voglia di innamorarmi” ma resiste solo un paio di brani e poi non le manda a dire: è con un brano dello stesso album del 2010, la lucida e amara fotografia di “Ci devi fare un goal”, brano – come racconta Baccini stesso dal palco – scelto da Caterina Caselli (Sugar) e rifiutato da Sanremo.

E’ un’Italia immobile quella cantata dal cantautore genovese, fatta di “vite di serie C” e di paura, quella paura del diverso già nel 1993 e ben disegnata in “Mani di forbice”. Un’Italia che non deve piacere molto a Baccini, che pare improvvisare la scaletta in continuo dialogo con il suo chitarrista, Fabio Schimmenti, e il batterista Max Baldaccini (per un attimo alle prese con la percussione di un set di pentole), un Paese fatto anche di musicisti che abusano dell’autotune suscitando tutto il sarcasmo di cui l’artista è capace.

Negli anni settanta Baccini era il giovane e promettente portiere della Sampdoria, che coltivava i miti musicali di allora. Tra questi, Fabrizio De André, con il quale compone Genova Blues, inno dedicato alla sua città e quella che sarebbe diventata la sua nuova squadra del cuore dopo la morte del padre: il Genoa.

Un cantautore che non ha dunque paura di cambiare idea né di pentirsi e scusarsi per aver fatto scelte poco intelligenti per la sua integrità artistica, scelte che negli ultimi dieci anni hanno offuscato la qualità della sua produzione e fatto dimenticare la prima Targa Tenco conquistata nel 1989 con “Cartoons”.

Si regala al pubblico con professionalità, seduto alle tastiere dimostra di aver continuato a coltivare passione e conoscenza di uno strumento (il pianoforte) che conosce bene, la voce è chiara, ferma ed espressiva, non molto diversa da quella del 1990 nel brano “Le Donne di Modena”.

L’arma del sarcasmo ferisce ora come allora e definisce i contorni di una realtà che appare oggi ancor più vera di 22 anni fa, quando esce Filma”, brano censurato dalle radio per istigazione alla violenza. Erano i brutti anni di Pietro Maso e dei sassi dai cavalcavia e Baccini li aveva immaginati con i caratteri contemporanei della mania di apparire in video.

Canta il suo tributo a De André con l’altrettanto cinica “Ballata dell’amore cieco” e ripropone successi più recenti come la colonna sonora del campione di incassi “Maschi contro Femmine” (2010), pezzo frutto di una scrittura spontanea e fulminea: “mi hanno detto il titolo del film e l’ho composta in otto minuti”.

Ma il pubblico chiede “Sotto questo Sole”, tra i singoli più venduti del 1990, e “Margherita Baldacci”, geniale sberleffo alla musica leggera italiana.

Francesco Baccini accontenta il suo pubblico storico e sorprende chi si trovava a passar di lì per caso: jeans e cappellino, si alza in piedi e si inchina a ogni canzone, uomo da cabaret che fotografa il suo Paese, scanzonatamente romantico, genialmente normale.

 

 

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Dal 1 febbraio al 3 giugno 2018 al MUDEC-Museo delle Culture di Milano è possibile visitare l’intensa retrospettiva dedicata all'artista giudicata da alcuni come la più grande pittrice del Novecento: Frida Kahlo (1907 - 1954).

"Frida. Oltre il mito" non è solo la celebrazione dell'artista messicana, ma una mostra che propone una nuova visione della pittrice.

Mostra-evento, così è stata definita dagli addetti ai lavori, in quanto in un'unica sede espositiva, sono esposte opere provenienti dalle due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo: il Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, con il contributo di prestigiosi musei internazionali che hanno prestato dei capolavori mai visti in Italia.

Valore aggiunto della mostra, l'Archivio, rinvenuto nel 2007, a Casa Azul de Coyoacán, l'abitazione nativa e dove Frida, ha poi vissuto con Diego Rivera suo “amore pigmalione”, celebre pittore muralista, oggetto di un certosino lavoro di studio del curatore della mostra: Diego Sileo.

Una vita travagliata quella di Frida, profondamente segnata dalla sofferenza fisica fin dalla nascita, affetta da spina bifida, inizialmente scambiata per poliomielite, ebbe una svolta drammatica il 17 settembre del 1925 con l'incidente in cui rimase vittima riportando gravi ferite che, nonostante i ripetuti interventi chirurgici, minarono per sempre il suo corpo, costringendola a lunghi periodi di immobilità a letto.

Proprio il rapporto ossessivo con il proprio corpo compromesso, è il filo conduttore delle opere di Frida Kahlo;  lei stessa è manifesto delle sue paure, del dolore, unito a quello dell’ incapacità di portare a termine una gravidanza. Un dolore profondo che si trasforma in uno sfrontato cinismo.

Una donna profondamente legata alle sue origini, al folclore della propria terra, alla politica, tanto da riconoscere come proprio anno di nascita quello della rivoluzione messicana del 1910.

Osservare un quadro di Frida non è assorbire una sofferenza, ma un'immersione dell'essere umano nelle sue fragilità, nei suoi istinti più carnali. Non è una donna per le donne, ma un'esibizione del proprio essere, come nelle idee politiche e sociali, così come l'artista le ha vissute. Una condivisione della sofferenza quasi terapeutica.

"Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà" (Frida Kahlo)

Una mostra a 360° alla scoperta del mondo e della cultura di Frida Kahlo, con conferenze, eventi dedicati, letture dei diari e lettere scritte dall'artista a Diego Rivera, al Messico di Frida con le tradizioni precolombiane a lei care.

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 #NO.MAD ENTERTAINMENT E #RADIOGARDAFM MEDIAPARTNER PRESENTANO :   

 

DAL 22 MARZO NEI CINEMA ITALIANI INGRANDISCI L'IMMAGINE PER VEDERE IL LUNGOMETRAGGIO NELLA TUA CITTA'

 



Regia / Director:Hubert Charuel
Cast: Swann Arlaud, Sara Giraudeau
Drama Thriller / 2017 / 84'

                    SINOSSI                      

Pierre, un giovane allevatore di mucche da latte, è legato anima e corpo alla sua terra e ai suoi animali. Il futuro dell'azienda familiare però è messo in pericolo quando un'epidemia vaccina si diffonde in Francia. Il protagonista sarà trascinato in un vortice di colpe e speranze da cui sarà sempre più difficile uscire, spingendolo sino ai limiti estremi della legalità pur di salvare i suoi amati animali.
 
 
 
 
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La rassegna Classici del Teatro Camploy di Verona, ha come mission quella di valorizzare artisti eccellenti che hanno saputo creare un connubio innovativo tra musica classica e moderna.

E’ Remo Anzovino compositore e pianista ad aprire la rassegna, considerato fra gli esponenti più affermati e innovativi della musica strumentale contemporanea.

Per l'occasione, il musicista friulano di origini napoletane, ha presentato e suonato il suo quinto album pubblicato nel settembre 2017 dal titolo "Nocturne" - Sony Classical, a 5 anni di distanza dal precedente.

L'esecuzione in piano solo ha visto Anzovino dare un'impronta intimista al concerto, coinvolgendo il pubblico in una sorta di viaggio interiore, nel quale le certezze acquisite vengono messe in discussione e le abitudini si connotano di un carattere unico seppur nel loro continuo ripetersi.

La costante ricerca contraddistingue l'opera dell’artista, capace di un linguaggio musicale trasversale ed emozionale al tempo stesso, un viaggio multisensoriale che trasporta naturalmente l’ascoltatore verso l’inconscio.

L'album "Nocturne" è stato registrato tra Tokyo (JVC Victor Studio, Londra (Abbey Road), Parigi (Les Saint German) e New York (Brooklyn Recording) conferendo all'opera un'essenza cosmopolita.

Nella scenografia minimalista, un pianoforte, monitor sagomanti e fumo artificiale, il titolo di ogni brano appariva visibile su un totem luminoso: "Manhattan 5 am", "Canto alla durata", "Estasi", "Nocturne in Tokyo", "Cammino nella notte", "Galilei", "Miss You", "Storm", "Empty House", "Igloo", "Hallelujah" "Universi" "I'm not leaving", "Isgtanbul", "Valse pour une femme", "No smile (Buster Keaton), "Still Raining", "The stars", il bis "Tabù" e "Metropolitan".

 Le scelte artistiche del Teatro Camploy si distinguono, come sempre, per la loro eccezionalità e organizzazione.

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Un cuore grande ha riscaldato l'aria novembrina dei veronesi dal 3 all' 8 novembre, quello dei volontari dell'associazione per l'Assistenza Domiciliare Oncologia Onlus, che ha celebrato i 25 anni dalla nascita con una serie di eventi, terminati in concomitanza della Giornata nazionale contro la sofferenza inutile delle persone inguaribili promossa dalla Federazione Cure Palliative.

Evento conclusivo dei tre giorni della manifestazione è stato il concerto a ingresso libero al Teatro Ristori, che ha visto come guest star la cantautrice Nada con il progetto musicale in tour "Parole che si cantano anche", accompagnata al piano da Julian Barret; una reinterpretazione dei brani più famosi come: "Sul porto di Livorno" di Piero Ciampi, "Ma che freddo fa" di Franco Migliacci, "Amore disperato" di Gerry Manzoli e Varo Venturi, "Guardami negli occhi", "Luna in piena" e "Senza un perchè" di Nada Malanima.

Ennio Rega, uno dei più eclettici cantautori e compositori italiani, di origini salernitane ma romano d'adozione ha aperto il live con il suo stile inconfondibile, regalando al pubblico un assaggio di musica autorale sui generis.

Ennio non vuole solo raccontareil quotidiano o il divenire articolato e complesso della società contemporanea, ma sbattere con violenza una porta, quasi a scuotere gli animi e i pensieri.

Quattro sono stati brani, tratti dall’ultimo album "Terra sporca": "Ballata di zecche e pidocchi", "Il condominio delle insegnanti", "Non ti ho mai fatto un regalo", "La strada per Celia" cantata in duetto con il mezzosoprano Lucrezia Venturiello,promessa della lirica efiglia dell’artista.

Di seguito Vanessa Tagliabue Yorke, accompagnata da Enrico Terragnoli alla chitarra e da Maria Vicentini al violino e viola, cantante jazz creativa e sperimentatrice dei linguaggi sonori, che ha proposto una versione molto sentita “Almeno tu nell'universo" - Bruno Lauzi/Maurizio Fabrizio e brani del proprio repertorio.

 

Una bella serata per celebrare i 25 anni di ADO Verona, per ribadire l'utilizzo delle "cure palliative come approccio per dare al malato dignità e sollievo in ogni fase ultima della vita" e promuovere la conoscenza delle cure palliative attraverso anche la formazione dei medici.

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