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Garda Events (78)

Gli eventi dedicati all’ arte, alla cultura, al life style, all’ enogastronomia e al territorio che Radio Garda Fm, con una cronaca dettagliata dei fatti, ha scelto di seguire per Voi. La Prima Radio del Lago di Garda… è sempre in prima fila.

Nel cartellone della stagione jazz 2016/2017 del Teatro Ristori non poteva mancare l’appuntamento con il Fabrizio Bosso quartet, nella formazione che ha visto: Fabrizio Bosso alla tromba, Julian Oliver Mazzariello al pianoforte, Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria.

Il quartetto ha dimostrato da subito il grande affiatamento e le note della tromba di Fabrizio Bosso hanno riempito il teatro trasportando il pubblico nel mood della serata.

Un bop  caratteristico quello di Bosso, con attacchi velocissimi e ritmi serrati, che hanno dato vita a una esecuzione variegata, spaziando da brani originali dello stessoa incursioni nella tradizione jazzistica.

Uno swing, quello di Bosso, che ha impressionato fin dagli esordi, arricchito ora dalla maturità artistica e dalla capacità di muoversi in più direzioni, partecipando a omaggi dei grandi della storia del jazz come Miles Davis e Don Cherry sinomisurarsi con Nino Rota percorrendo “sentieri musicali” diversi come Antonello Salis e Luciano Biondini.

La sua tromba si avvicina ovunque ci sia sapore di jazz collaborando con Mario Biondi, Fabio Concato, Simona Molinari, Sergio Cammariere e molti altri.

Teatro Ristori ha registratoil tutto esaurito da un pubblico che ha saputo scaldare con entusiasmo e passione la natura del live. Forse è mancata la complicità tra palco e spettatori per rendere ancora più perfetta la serata, ma è un surplus al tutto.

 

Un altro successo della nuova stagione del Teatro Ristori, capitanata dal neo direttore artistico il maestro Alberto Martini, che conferma una visone inedita del famoso “palco” veronese.   

 

In occasione del centenario della morte di Umberto Boccioni (1882 - 1916) dal 05 novembre 2016 al 19 febbraio 2017 al Mart di Rovereto è possibile ammirare la seconda tappa della mostra dedicata al padre della pittura futurista.

 

Un progetto culturale nato dalla collaborazione tra Mart e Comune di Milano, che ha ospitato la prima tappa a Palazzo Reale dal 23 marzo al 10 luglio 2016.

 

La mostra non poteva avere un vestito più su misura se non quello fornito dagli ampi spazi del Mart, riconosciuto, grazie alle collezioni presenti, agli archivi storici e la Casa d'Arte Futurista Depero, la sede del futurismo.

 

Oltre 180 opere e documenti inediti riferiti all' artista rinvenuti presso la Biblioteca Civica di Verona,  suddivise in cinque sezioni intitolate: Atlante, Sogno simbolista, Veneriamo la Madre, Fusione di una testa con il suo ambiente, Dinamismi.

 

Le prime sale dell'Atlante e i Diari sono dedicate alla memoria, una vera e propria introduzione e ambientazione del visitatore che inizia il percorso della mostra. Dopo la prima sala ricca di documenti e richiami alla società dell'epoca, nella seconda si ha già la sensazione di entrare nell'intimità dell'artista, con ritratti di amici e conoscenti e con i primi studi sulla scomposizione di un'immagine per renderne la dinamicità.

 

Nella sala Sogno simbolista, opere di artisti come Balla, Previati, Bistolfi, Fornara, Romolo Romani, Rops, Redon e altri, vengono messe in rapporto con l'attività artistica di Boccioni, un viaggio dal Divisionismo al Futurismo in poco più di un decennio dal 1903 al 1916.

 

La centralità della mostra è dedicata alla sala Veneriamo la Madre, la cui protagonista è appunto la figura della madre dell'artista, Cecilia Forlani. Bellissimo il Nudo di spalle (1911). Ciò che più risalta però non è il riproporsi del soggetto, ma il passaggio compiuto da Boccioni dallo studio della scomposizione del colore divisionista alla scomposizione della forma, fino ad arrivare alla visione futuristica con la fusione tra soggetto, luce e ambiente.

 

L'11 aprile 1912 Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della scultura futurista, nel quale l'artista scrive "La cosa che si crea non è che il ponte tra l'infinito plastico esteriore e l'infinito plastico interiore, quindi gli oggetti non finiscono mai e si intersecano con infinite combinazioni di simpatia e urti di avversione"

 

E' proprio nell'ultima sala intitolata “Dinamismi”, che si arriva al culmine della ricerca di Boccioni, nella quale si può ammirare la più celebrativa delle opere, la scultura: Forme uniche della continuità nello spazio.

 

Un viaggio quello di Boccioni che ha segnato profondamente un periodo, rompendo e andando contro l'arte antica e contro il passatismo.

 

 

Un successo per il Mart, che ha saputo coinvolgere il visitatore in un viaggio, non è tanto nella visione delle opere di Boccioni, ma proprio nel far comprendere l'evoluzione del pensiero dell'artista, portando la visione del visitatore all'interno dell'opera.

Con il concerto di inaugurazione della stagione 2016/2017 del Teatro Ristori, il maestro Alberto Martini, nuovo direttore artistico del Teatro, ha da subito mostrato l'impronta che il ricco e variegato programma avrà nella stagione 2016/2017 e cioè "costruire un programma alternativo e complementare a quanto accade a Verona"

La nomina del maestro è arrivata a luglio 2016dalla Fondazione Cariverona, proprietaria del Teatro, che ha ratificato, in questo modo, la scelta fatta dalla società IES srl, società strumentale controllata da Cariverona, che si occupa della gestione del Teatro Ristori.

L'intento del maestro Martini è quello di dare una programmazione di ampio respiro, spaziando dalla musica sinfonica a quella da camera, da quella Jazz alla barocca con incursioni nella danza e nella prosa, cercando anche linguaggi alternativi e complementari.

Proprio con un concerto fuori abbonamento in prima esecuzione italiana del violinista e direttore d'orchestra Gidon Kremer, figura di primo piano del panorama musicale internazionale, e la sua Kremerata Baltica, è stata rappresentata la mission della stagione artistica del Teatro Ristori.

Il programma ha visto l'esecuzione, nella prima parte, della versione per violino, archi e percussioni di A. Pushkarev della Orphée suite di Philip Glass, la Fantasia in do maggiore D.934 di Franz Schubert nella versione di V.Kissine per violino e archi con solista Gidon Kremer.

 

Nella seconda parte di Modest Mussorgsky Quadri da (un’altra) esposizione (”Russia-faces and masks”), un progetto video comune di G.Kremer, M.Kantor e della Kremerata Baltica, con inserimenti di materiale video costituito da dipinti di Maxim Kantor.

 

I tre brani della seconda parte sono stati eseguiti senza interruzioni, per dare continuità al programma, e precisamente: di Pyotr Ilyich Tchaikovsky “Serenata malinconica” (versione per violino e archi di L. Desyatnikov), solista Gidon Kremer; di Modest Mussorgsky “Quadri da un’esposizione” (versione per archi di J. Cohen); di Valentyn Vasylyovych Sylvestrov “Serenata per violino solo” solista Gidon Kremer.

 

Le immagini coprotagoniste di un'esecuzione musicale, per dare un messaggio perchè "le immagini ispirano i compositori ed in un certo senso aiutano il pubblico a "comprendere" ciò che sta ascoltando", "...... non dobbiamo dimenticare che sono gli ascoltatori stessi che tendono a produrre immagini nella loro mente in reazione ai suoni che paiono stimolare qualcosa dentro di loro". I musicisti, pur nella neutralità della loro arte, non possono astenersi dall'influsso degli accadimenti sociali e politici e devono contribuire al mantenimento di una coscienza senza fornire risposte o soluzioni di sorta.

 

La Kremerata Baltica fondata nel 1997 da Gidon Kremer, ha come fine la promozione dei giovani musicisti talentuosi provenienti dall'area baltica, altro punto di incontro con il progetto del maestro Martini dell'Educationalmirato al coinvolgimento dei bambini e gli studenti di tutte le fasce di età, caratterizzato dalla collaborazione con la scuola e con il Conservatorio Dall'Abaco di Verona.

 

 

Una partenza che non può che stimolare al coinvolgimento anche di un pubblico giovane e che vedrà il prossimo appuntamento il 16 novembre con il primo concerto in abbonamento della Stagione Sinfonica con la violinista Alexandra Conunova vincitrice nel 2012 del Concorso Joachim di Hannover, premiata al Concorso Tchaikovsky nel 2015 e a cui è stato assegnato nel 2015 il Borletti-Buitoni Trust per le eccellenze musicali, che assieme a I Virtuosi Italiani presenterà un programma molto accattivante con musiche di E. Grieg, F. Mendelssohn Bartholdy, E. Chausson e N. Rota.

L'appuntamento ormai consolidato con la 12a  edizione di Art VeronaArt Poject Fair  tenutasi nei padiglioni n.11 e 12 di Veronafiere, ha dato vita a una 4 giorni ricca di iniziative, volte al rafforzamento del dialogo tra arte moderna e contoporanea, con una selezione ancora più curata delle 120 gallerie partecipanti e uno sguardo particolare al collezionismo ed al talent scouting.

 L'impegno in continuo divenire di ArtVeronaArt Poject Fair  nel promuovere il sistema dell'arte, ha visto la sua concretezza nei 190mila euro, tra premi e fondi di acquisizione messi a disposizione a sostegno e investimento per l'arte moderna e contemporanea. Main partner che via via  nel tempo hanno dato fiducia alla manifestanzione, in primis la Fondazione Domus per l'arte moderna e contemporanea, che dal 2014 promuove il Fondo Acquisizioni Domus del valore di 100mila euro, hanno visto crescre con soddisfazione la manifestazione divenuta ormai un punto di riferimento per collezionisti, critici, giornalisti, curatori e direttori di musei.

 

ArtVerona è l'unica fiera italiana con un Fondo Privato Acquisizioni, nato nel 2015, che ha visto coivolti imprenditori e collezionisti, a sostegno delle gallerie italiane, di cui hanno giovato anche le istituzioni museali.

 

"Sotto la direzione artistica di Andrea Bruciati e forte della partnership con ANGAMC - Associazione Nazionale Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea, la manifestazione, riconosciuta tra le realtà più vivaci e innovative del settore, concentra le sue azioni nell'attenzione e cura ai suoi principali interlocutori, espositori e collezionisti."

Un programma denso di incontri e appuntamenti ha mostrato quanto il dibattito nel settore dell'arte sia vivo e aperto alle nuove prospettive.

La manifestazione ha dato ampio respiro alle gallerie partecipanti suddivise nella Sezione Moderna e Contemporanea, Raw Zone, area che ospita 12 progetti monografici, alla nuova Tangram dedicata in particolar modo al supporto delle giovani gallerie di ricerca, oltre agli spazi indipendenti, il cui tema principe è la condivisione.

 

Un successo per una manifestazione in continua crescita e soprattutto aperta nella ricerca di quel connubbio culturare non impossibile fra arte e impresa.

La XXV Edizione de "Il Settembre dell'Accademia 2016" ha ospitato, al Teatro Filarmonico,  l'Orchestra della Fondazione Arena diretta dal maestro Francesco Ommassini con al pianoforte il diciottenne canadese Jan Lisiecki, definito dal New York Times "un pianista che riesce a rendere importante ogni nota".

Il programma ha visto l'esecuzione di una sinfonia dall'opera "Il turco in Italia" di Gioacchino Rossini (1792 - 1868), del "concerto per pianoforte e orchestra n.1 in Mi minore Op.11" - I.Allegro mestoso, II.Romanza.Larghetto, III. Rondò. Vivace di Fryderyk Chopin (1810 - 1849) e la "sinfonia n.4 in Fa minore Op.36" - I.Andante sostenuto - Moderato con anima, II.Andantino in modo di canzona, III. Scherzo (Pizzicato ostinato). Allegro - Meno mosso - Tempo I, IV. Finale. Allegro con fuoco di Pëtr Il'ič Čajkovskij(1840 - 1893).

L'esecuzione impeccabile dei maestri dell'orchestra areniana  guidati dalla Bacchetta versatile di Francesco Ommassini hanno reso omaggio alle opere in programma. Jan Lisiecki, il giovane pianista canadese e grande promessa pianistica, contrattualizzato dalla Deutsche Grammophon a soli 16 anni per la pubblicazione del suo primo album “Piano Concertos No. 1 and No. 2, Fryderyk Chopin, ha regalato al pubblico del Filarmonico un concerto per pianoforte, in un'esecuzione matura e mai sopra le righe. Contenuta ma aperta a momenti intensi e altri più leggeri dedicando un bis a Schumann con Op. 15, No. 7 (Träumerei) 

La rassegna di quest’anno al “Filarmonico”, vista la programmazione, rinnova il successo di pubblico un tutto esaurito.

 

I prossimi appuntamenti:

Martedì 4 ottobre

ALEXANDER LONQUICH

pianoforte

R. Schumann, F. Chopin

Venerdì 7 ottobre

MAHLER CHAMBER ORCHESTRA

Daniel Harding direttore

W.A. Mozart 

Nel suggestivo scenario del Teatro Romano, l'edizione 2016 dell' Estate Teatrale Veronese ha ospitato, quindici anni dopo la prima europea, andata in scena proprio sullo stesso palco, Moses Pendleton e i Momix con la riproposizione della pièce Opus Cactus, in replica fino al 06 agosto.

Creato originariamente da Pendleton come un pezzo della durata di venti minuti per l'Arizona Ballet, Opus Cactus è stato via via rielaborato ed ampliato, per arrivare ad essere un lavoro più complesso e opera a se stante.

Tema del balletto è la natura nel suo insieme. Ambientato nel deserto del Sudovest americano, Pendleton e i Momix hanno saputo rappresentare con suggestivi giochi di luce, ideati da Joshua Starbuck, immagini dinamiche, create dal corpo di ballo, con costumi disegnati ad arte da Phoebe Katzin, lucertole, serpenti del deserto, scorpioni, riti tribali sotto giganteschi totem, varietà di flora tipica del deserto, come i cactus o i  cespugli che, sospinti dal vento rotolano nel deserto, tipici delle inquadrature dei film western, oppure fiori/foglie che volteggiano nell'aria.

Il tutto accompagnato da musiche e ritmi che evocano scene ancestrali, "da Bach a Brian Eno (The drop), dai Dead can Dance (The serpent’s egg) a Peter Buffet (Spirit Dance), da danze tribali degli indiani d’America a brani di altre culture "desertiche" come quella degli aborigeni australiani", lasciando il pubblico rapito.

Un susseguirsi temporale dall'alba al tramonto, dal sole alla pioggia, dal cuore al cervello, un continuum spazio temporale che trasporta il pubblico in un viaggio illusionistico nell'anima, in poetiche trasposizioni a ogni cambio di quadro.

Meraviglioso l'inedito omaggio dei Momix a Shakespeare, di cui ricorrono i 400 anni dalla morte, in apertura di serata, con un balletto dedicato a Romeo e Giuletta, rappresentando sul palco lo struggente amore dei due protagonisti nella scena che li ha uniti per sempre.

Il nuovo album di Stefano Bollani dal titolo "Napoli Trip"  Universal (CD), proposto al Castello Scaligero di Villafranca, può essere considerato una dichiarazione d'amore a Napoli, città con cui il pianista-compositore-cantante ha un feeling particolare.

Complici e compagni di questo viaggio surreale nella musica partenopea, per la serata al Castello di Villafranca, al sassofono e flauti Daniele Sepe, al clarinetto Nico Gori e alla batteria Jim Black.

"Napoli Trip"non è una semplice operazione di cover della storia musicale napoletana ma una reinterpretazione molto personale tipica del poliedrico Bollani .

Brani come: "Caravan Petrol"di Renato Carasone/Nisa 1958, "O Guappo 'nnamurato" di Raffaele Viviani 1910, "Il bel Ciccillo"  di Arturo Trusiano/Salvatore Capaldo 1917, sapientemente arrangiati con armonie contemporanee e integrati da nuove composizioni di Bollani come "Maschere","Vicoli"  e "Lo Schoro di Napoli", introdotto ironicamente con "...la famossissima vicinanza fra Napoli e Rio....." ocome "Il Valzer del Cocciolone" e "Capitan Capitone e i Fratelli della Costa" di Daniele Sepe , anticipata da uno sketch dell’autore, cercando di spiegare a JimBlack in un improbabile inglese, cosa fosse il capitone, edi Nico Gori come "Napoli's blues". Per non dimenticare anche l'omaggio che Bollani, in solo piano, fa a Pino Daniele con "Putesse essere allero".

L'istrionico quartetto sa giocare con la musica e passa da scambi giocosi e ilari, a esecuzioni che dimostrano quanto “l'essere artista” non sia da tutti. Gli assolo come quello alla batteria di Jim Black, che ha stupito il pubblico utilizzando i piatti e le bacchette per creare suoni inusuali , a ricordare che il ritmo può nascere anche in altro modo.

Straordinari e con un timing d'entrata perfetto, il ricongiungimento fra l'esecuzione degli assolo e il gruppo, a testimoniare l'intesa che Stefano Bollani riesce sempre a creare nei suoi progetti musicali.

Una session jazzistica, che lascia il sapore del buono, dove tutti gli ingredienti sono dosati ad arte, se fosse una recensione di Tripadvisor bisognerebbe scrivere "ottimo da consigliare sicuramente........tutto perfetto....... ritornerò senz'altro" e naturalmente voto 5 stelle.

 

 

I soli di basso sono sempre noiosi”, tranne l’intro solitario di Max Gazzè al concerto di ieri sera, fatto di note sparse ed effetti ruggenti come sgasi di un biker che mette in moto il suo bolide, pronto a far partire il motore (del concerto) per una nuova avventura.

 

Partono così "Favola di Adamo ed Eva" e "I tuoi maledettissimi impegni": il numero di giri presto sale, la cassa spinge e rimbomba nella pancia, il ritmo prende e già si balla dalla seconda canzone.

 

Il “Maximilian Tour” in due ore di spettacolo, completo di luci e colori, riattraversa il repertorio di una vita, canzoni che oramai fanno parte a pieno titolo della cultura popolare italiana. 

 

Nei brani dell’artista romano pulsano almeno due cuori: la musica di Max e la poesia del fratello Francesco Gazzè, che da sempre cura i testi, tanto preziosi.

 

 

Max Gazzè si impone per statura ma soprattutto per esperienza e classe: una lunga carriera e un’innata sensibilità lo hanno reso un artista completo e maturo. 

 

Se la prima parte del concerto è marcatamente “dance”, a metà il cantautore chiama affianco a sé i componenti della band per una versione acustica di alcuni brani. Ecco al centro del palco quindi:

Cristiano Micalizzi, batterista

Clemente Ferrari, tastierista, ora alla fisarmonica

Francesco De Nigris, alla chitarra acustica

Max Dedo, a chitarra e trombone

tutti equilibrati e meritevoli.

 

Dopo i panorami acustici de "Il timido ubriaco", "L’uomo più furbo", "Mentre dormi", "Cara Valentina", il viaggio riprende con "L’amore non esiste", scritta a sei mani con Niccolò Fabi e Daniele Silvestri, "A cuore scalzo"e "Sotto casa"...

 

Dopo l’estate italiana il motore di Max Gazzè scatenerà i cavalli di potenza all’estero: il tour proseguirà a Montreal, Toronto, Chicago, New York, Boston, Miami, Los Angeles, Tokio e Shanghai

"Un mondo d'amore" (Gianni Morandi 1967) così Joan Baez, la "signora del folk" e tanto altro,  ha aperto il concerto all'Anfiteatro del Vittoriale degli Italiani.

Ascoltare Joan Baez non è soltanto assistere a un concerto, ma andare con la memoria a ciò che ha rappresentato e rappresenta. Punto di riferimento del pacifismo e della lotta per i diritti civili,  una immagine della nostra storia che non passa inosservata.

Un viaggio nelle canzoni che hanno segnato un'epoca, influenzato generazioni e modificato il vissuto di chi, in prima persona, ha partecipato a una rivoluzione epocale degli anni '60 e '70.

"L'usignolo di Woodstock" ha saputo stregare fin dall'inizio la platea del Vittoriale, riempiendo il palco con la sua personalità, sobria e disinvolta e con le sue chitarre, strumenti indispensabili per un'artigiana di emozioni come lei. Interagendo con una semplicità e una sicurezza di palco che solo i grandi artisti possono vantare. 

La sua voce è più calda degli anni dove riempiva parchi dalle platee infinite, composta e distante dal microfono più di un palmo, come se lo stesso fosse un elemento coreografico, ma sempre coinvolgente, accarezza il pubblico con gli storici: "It's All Over Now, Baby Blue" di Bob Dylan, "The House of the Rising Sun", "Joe Hill" di Earl Robinson, "God Is God" di Steve Earle,  "Me and Bobby McGee" di Kris Kristofferson e "Diamonds and Rust".  senza tralasciare "Deportees" che Woody Gunthrie scrisse nel 1948 ispirandosi all'incidente aereo di Los Gatos Canyon, in California, dove morirono 32 braccianti stagionali messicani che, dopo essere stati sfruttati nei campi, venivano riportati in patria con la forza, in condizioni disumane.

Non sono mancati altri "omaggi" alla canzone italiana come: "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles ed i Rolling Stones" (Gianni Morandi 1966) e "Bella Ciao". La pronuncia magari non perfetta ma cantate con grande sentimento.

Ad accompagnare Joan Baez sul palco anche il polistrumentista Dirk Powell e il figlio della cantante, il percussionista Gabriel Harris.

Una serata all'insegna dei sentimenti oltre che della musica; Joan Baez mette d'accordo tutti  sui valori della civiltà e dell'accoglienza, senza lasciare spazio all'odio.

Un appuntamento unico per il pubblico dell'Anfiteatro del Vittoriale, che non dimenticherà l'abbraccio di Joan Baez anche dopo il concerto.

Questo è accaduto grazie alla grande organizzazione del Vittoriale, che come sempre non ha lasciato nulla al caso.

Quando si dice "basta la parola"...... in questo caso basta il nome anzi i nomi Pat Metheny e Ron Carter.

La VI edizione del Festival del Vittoriale, per la rassegna Tener-a-mente 2016, ha ospitato, in esclusiva per il nord Italia, la prima data nazionale di un duo d'eccezione: Pat Metheny e Ron Carter. Due colonne portanti del jazz mondiale.

L'anfiteatro gremito e in trepida attesa ha accolto con calore l'arrivo sul palco di Pat Metheny, icona del jazz moderno (20 Grammy vinti in carriera, più di 20 milioni di dischi venduti), che ha aperto il concerto con la mitica Pikasso guitar, realizzata appositamente per Pat Metheny dal liutaio Linda Manzer di Toronto nel 1984 (la chitarra monta 42 corde, ha richiesto due anni di lavoro ed è considerata un vero capolavoro).

Il pubblico rapito fin dalle prime note ha ascoltato in religioso silenzio, interrotto solo dagli applausi al termine dell'esecuzione.

Ad accompagnare sul palco Path Metheny , il giovane pianista britannico Gwilym Simcock, new entry del gruppo. Il feeling musicale da subito tangibile, a conferma di quanto dichiarato da Metheny" “Gwilym è uno dei pochi musicisti al mondo con cui sento che potrei suonare qualsiasi cosa. Ha una profonda comprensione di tutta la mia musica, essendo cresciuto ascoltandola".

Anfitrione della serata è lo stesso Metheny, che annuncia e presenta il “compagno” della serata il contrabbassista statunitense Ron Carter, reclutato nel 1963 nel quintetto di Miles Davis come elemento fisso in quella che è considerata la più grande sezione ritmica della storia del jazz.

Le due leggende del jazz hanno condiviso il palcoscenico una sola volta in occasione del Detroit Jazz Festival 2015, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica, tanto da dare vita al progetto di un tour insieme.

Il gioco delle parti perfetto, in un dare avere continuo, la genialità dei due musicisti che giocano con i strumenti e la consapevolezza l'uno dell'altro. Bello vedere Pat Metheny seduto ad ascoltare Ron Carter nei suoi assoli, rapito dalle note che crea con il contrabasso.

Una richiesta accorata da parte degli artisti, e accolta in toto dal pubblico all'inizio del concerto, è stata quella di non effettuare filmati, ne fotografie. L’appello non è stato accolto da tutti i presenti, specialmente da coloro che, professionalmente, avrebbero dovuto rispettare la richiesta..

Al termine del concerto una standing ovation, con la concessione da parte di Pat, Ron e Gwilym di un bis assieme.

 

Esilarante la sfilata del pubblico, terminato il concerto, sotto al palco per raccogliere cimeli in ricordo della serata.

Un grazie va all'organizzazione del "Vittoriale", ineccepibile come sempre.

 

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