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Garda Events

Garda Events (97)

The events dedicated to art, culture, lifestyle, food and wine and the territory that Radio Garda Fm , with a detailed chronicle of the facts, has chosen to follow for you. The First Radio of Lake Garda… is always in the front row.

L'“Usignolo d'America” ha ora i capelli bianchi e una bellissima voce ruvida che domenica ù sceglie di condividere con il pubblico del Teatro Romano di Verona, prima tappa italiana del suo tour d'addio alle scene musicali.

Joan Baez, l'attivista-cantante degli anni della contestazione made in U.S.A., dice di essere stanca di tour mondiali eppure il suo ultimo album parla del mondo di oggi, di migranti e di piccole-grandi paure. 

E' la Joan Baez di sempre quella che dal palcoscenico veronese parla, cantando: il silenzio del pubblico al suo ingresso parla da sé e anticipa perfettamente l'intensità che lo seguirà.

Perfetta per rompere il ghiaccio la cover di un pezzo di Bob Dylan “Don't think twice it's alright”, brano a cui le si accredita la miglior interpretazione ma è solo con l'introduzione di “God is God” (brano di un suo album del 2008) che si comincia a scoprire di più della donna di Woodstock: “credo nelle profezie e nei miracoli”, dice. 

Eppure poi è dietro a un altro storico brano di Dylan che si trincera e che ottiene la fiducia del pubblico: “Farewell Angelina” apre così la strada alle canzoni del suo nuovo album “Whistle Down the Wind”, frutto di collaborazione con grandi autori come Tom Waits e Josh Ritter (sua “Silver Blade”).

Le sonorità folk prevalgono anche grazie alla bravura del polistrumentista Dirk Powell (piano, banjo, basso acustico, voci, chitarra) e - là dove non arriva la voce della nuova Joan Baez - arriva la bravissima back vocals scelta appositamente dall' “Usignolo”, che non ha paura di ammettere che le sue capacità vocali sono cambiate e peggiorate.

Prima delle sue consuete cover di “C'era un Ragazzo”, “Un mondo d'amore” e di “Me and Bobby McGee” (resa celebre da Janis Joplin), il momento più intenso è riservato a “Deportee”, brano del 1971 mai così attuale.

Uno strano addio quello di Joan Baez a Verona Folk 2018: l’”Usignolo” dall'ugola ruvida porta

ancora messaggi per il mondo.

Nella splendida e suggestiva cornice dell'Anfiteatro del Vittoriale, il penultimo appuntamento dell'ottava edizione del Festival del Vittoriale: Tener-a-mente, ha visto salire sul palco la cantautrice e chitarrista britannica di origini italiane Anna Calvi (Twickenham 24/09/1980).

Anna Calvi debutta nel 2011 con l'omonimo album definito "una magistrale scomposizione di desiderio e amore", nel quale la voce e la sua chitarra Stratoscaster fanno da padroni, Domino Records, rendendola celebre e incoronandola come "la nuova musa made in UK"

Nel 2013 esce il secondo album "One Breath", ricevendo 4 stelle dalla rivista MOJO e ottime recensioni da Q, Uncut e The Guardian, dove la cantautrice esprime maturità ed una consapevolezza dei propri mezzi espressivi.

Una voce potente e graffiante quella dai Anna Calvi, quasi prepotente, che ha saputo trasportare, fin dall'inizio, il pubblico nel suo mondo, con il primo singolo estratto dall'ultimo album, il terzo, "Hunter"- Domino Records, "Don't Beat The Girl Out Of My Boy".

Brano che la stessa Anna afferma: "racconta la felicità come atto di ribellione, la libertà di identificarsi in ciò che più ci aggrada, senza restrizioni dalla società"

Sicuramente un'altra tappa della maturità raggiunta dall'artista, che, abbandonato ogni genere di conformismo, punta all'annullamento di qualsiasi distinzione nel segno della libertà più assoluta.

Un concerto, nel quale, le influenze artistiche del passato della cantautrice si sono avvertite, ma assorbite dalla personalità di Anna Calvi, che ha saputo prendere possesso del palco con la propria musica.

Un'edizione quella di Tener-a-mente 2018 che ha visto incrementare ulteriormente il pubblico da tutto il mondo, grazie ad un cartellone con un'offerta artistica ricca e di qualità.

Quando lo scorso 25 luglio saltella sui gradini del Vittoriale per salire sul palco di Tener-A-Mente 2018, Marcus Miller trova il suo pubblico, quello caldo e rumoroso che lo segue anche nella sua ultima avventura discografica: dopo Afrodeezia, il bassista newyorkese vincitore di due Grammy Awards è in Italia con il suo nuovo Laid Black, produzione Blue Note che sembra fotografare liberamente tutte le influenze moderne della musica nera: trap, hip-hop, funky.

La stessa storica casa discografica la definisce un'opera “genre-defying”, dove la morbida potenza dell'R&B si alterna a brani che parlano la lingua del southern hip-hop.

Il gran Maestro di Cerimonia è sempre lui: per due ore Marcus Miller dirige i suoi 4 talentuosi musicisti e la grande orchestra del pubblico, che tiene il tempo, canta, vuole alzarsi per ballare.

Sul palco del Vittoriale, Miller mescola l'acqua col vino e dopo il sound funky di Untamed, biglietto da visita dell'ultimo album, ripropone Papa was a rollin' stone, lasciando lo spazio che serve al virtuoso batterista Alex Bailey per farsi amare dal pubblico presente.

Dopo il funky di Detroit, Miller trova l'occasione di esaltare anche il sassofono del fedelissimo Alex Han e la tromba di Russel Gunn, che si faranno ricordare per il dialogo in Amandla (brano composto e arrangiato per Miles Davis nel 1989).

Trip trapfa muovere a tempo le teste dei fan e li prepara a canticchiare il refrain della già più conosciuta Hylife (dall'album Afrodeezia).

Prima di Tutu”, brano dell'omonimo album che fece guadagnare il Grammy a Miles Davis nel 1987, Miller abbandona il suo Fender Jazz per imbracciare il clarinetto basso: sulle note di Preacher's kid commuove il racconto del padre organista nella chiesa di quartiere e morto qualche mese prima.

La manifestazione Tener-A-Mente 2018 prosegue con Anna Calvi (30 luglio) e Yann Tiersen (21 luglio).

Dopo due anni dal suo ultimo sold out nella stessa magica location, Pat Metheny ritorna all’anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera e apre così il suo tour italiano dopo aver toccato già Portogallo, Spagna e Germania.

Due ore e mezza di vecchi successi rivisti e brani nuovi, composti appositamente per l’inedito ensemble di giovani musicisti che lo sta accompagnando lungo l’Europa: la fedele contrabbassista Linda May Han Oh, il virtuosissimo batterista Antonio Sanchez e il pianista Gwilym Simcock.

Attenti e rigorosi, sono un tutt’uno con le quattro chitarre usate da Metheny durante il concerto e sembrano conoscere alla perfezione ogni intenzione del genio del Missouri, che si affianca ad ognuno di loro in tre lunghi duetti finali ad esaltare il virtuosismo del singolo.

Il repertorio è quello della Pat Metheny Group, ben alternato a brani di Bright Size Life (allora registrato con Jaco Pastorius e Bob Moses) e Secret Story, album in cui il chitarrista è anche compositore e arrangiatore.

E anche se Metheny si ama considerare più interessato al lirismo che ai virtuosismi, non pochi sono i momenti di inarrivabile espressione tecnica e così, in duo con la precisissima contrabbassista australiana di origine malese, ripropone al pubblico del Vittoriale il “dialogo” chitarra-basso di Question and Answer.

Quello del quartetto di mercoledì 18 luglio è un concerto voluto per il gusto di suonare dal vivo: forse in autunno arriverà a essere un album ma niente di sicuro. “Un giorno credo che mi trasferirò qui”, dice Metheny a un pubblico di fedelissimi, che - trasportati dalle note amiche di Last Train Home - accettano di buon grado il divieto dell’artista di usare telefoni cellulari per qualsiasi scopo durante l’intero live.

La rassegna del Festival Tener-A-Mente continuerà al Teatro del Vittoriale di Gardone con Vinicio Capossela (21 luglio), Norah Jones (24 luglio), Marcus Miller (25 luglio), Anna Calvi (30 luglio) e Yann Tiersen (31 luglio).

Appuntamento ormai consolidato con L'Estate Teatrale Veronese, è il Verona Jazz Festival, rassegna organizzata dalla Imart - International, Music and Arts,  che vede quest'anno battezzare la 45° edizione.

Il Verona Jazz Festival 2018 al Teatro Romano, ha ospitato nomi noti del panorama musicale italiano e internazionale, come Paolo Fresu e Chano Dominguez, Peter Cincotti, Gianluigi Troversi e Gianni Coscia, Massimo Ranieri, Dave Holland Trio, cercando di coinvolgere non solo gli appassionati del genere ma anche di avvicinare un target di pubblico diverso.

Dopo i sold-out del tour di dicembre, Peter Cincotti torna in Italia proprio sul palco del Verona Jazz Festival 2108 in un escursus musicale dalle origini fino al nuovo album "Long Way From Home" uscito a ottobre 2017.

Cantautore e pianista, nasce a New York nel 1983 da una famiglia di origini italo-americane.

L'album d'esordio raggiunge la vetta della classifica jazz Billboard. Un percorso musicale che lo ha visto collaborare con artisti di vario genere da Andrea Bocelli a David Guetta.

L'ultimo album "Long Way From Home", ha visto “luce” dopo due anni di lavoro ed è stato scritto, arrangiato e prodotto dallo stesso Cincotti. E' sicuramente la produzione più intima del musicista e influenzata dai ritmi pop "Mai prima d'ora ho usato il pianoforte in questo modo. Alcuni anni fa ho iniziato ad avere delle idee per un album che portasse un pianoforte più attivo, più ritmico nel paesaggio della musica moderna".

Il concerto ha visto alternarsi di ballads a ritmi pop con richiami alle sonorità blues e jazz, particolarità della scrittura musicale di Cincotti, che lo fa apprezzare a un vasto pubblico.

Il la dell'Estate Teatrale Veronese 2018, nella splendida cornice del Teatro Romano, è stato dato dalla sesta edizione del Rumors Festival - Illazioni Vocali 2018.

Manifestazione incentrata sulla voce e alle sperimentazioni vocali, organizzata da Imart - International Music & Arts, direzione artistica di Elizabetta Fadini, inaugurata il 31 maggio con la cantante israeliana Noa, che ha presentato brani del nuovo album "Love medicine".

Un duo d'eccezione quello formato da Peppe Servillo, cantante, attore cinematografico e teatrale,frontman degli Avion Travel e Danilo Rea, uno dei pianisti jazz italiani più apprezzati al mondo, che con "Io te vurria" hanno fatto omaggio alla musica e alle canzoni della tradizione napoletana in chiave jazz.

Peppe Servillo, perfetto istrione dall’ intensa interpretazione, spiega e interpreta i testi più poetici della canzone tradizionale napoletana: Murolo, Carosone, Bovio e particolare tributo a Domenico Modugno con"Tu si 'Na Cosa Grande".

"Je Te vurria Vasà", "Reginella", "Era De Maggio", "Dove sta Zazà", "Te voglio bene assaje", "Monastero 'e Santa Chiara" si susseguono, mentre il pubblico segue le note e canta, come in una festa, le arie più belle dalla canzone italiana nella notte lungo l’Adige.

Ultimo appuntamento della manifestazione il 25 giugno con Steven Wilson, chitarrista e produttore prog-rock, con "An evening with".

Organizzazione perfetta.

“Evviva! Filosofia e musica!”: è l'esclamazione di Ludwig van Beethoven citata da Massimo Cacciari durante la sua lezione-teatro al Festival della Bellezza 2018 e che meglio descrive il tentativo del professore veneziano di spiegare al folto pubblico del Teatro Filarmonico il rapporto simbiotico e necessario tra composizioni musicali romantiche e estetica.

Un tentativo ben riuscito forse soprattutto per gli appassionati e gli studenti presenti in sala, sostenuto dalla bella retorica e dalla divertente pronuncia veneta di Cacciari, che è sembrato inizialmente impacciato ai suoi primi passi sul palco dello storico teatro gremito.

Un inedito viaggio per ripercorrere l'evoluzione della filosofia tra Ottocento e Novecento, da Kant a Schopenhauer passando per Hegel.

Una lezione in musica quella di Cacciari che ha regalato anche al pubblico meno preparato un'idea nuova del ruolo della musica: “quando, dopo il Bello, interviene il Sublime, la parola non basta più perché il Sublime parla della destinazione ultrasensibile dell'Anima”.

Ecco allora che solo la musica può descrivere l'infinita nostalgia (unendliche Sehnsucht) dell'uomo romantico, solo di fronte alla Natura fuori e dentro di sé.

Rari gli interventi della pianista Ilaria Loatelli, che si è esibita con il primo e terzo movimento de “La Tempesta” di Beethoven e in un “Improvviso” di Schubert.

“Festival della Bellezza”: una concezione alternativa dello spettacolo

"Alla fine il nostro corpo rivestirà la bellezza dell'anima. L'anima si rivestirà della bellezza dello spirito." (Gianfranco Ravasi)

La V edizione del Festival della Bellezza, nella splendida cornice dei Giardini Giusti, per la sezione dedicata ai Maestri dello Spirito, ha visto sul palco l'attore Luigi Lo Cascio e la pianista Gloria Campaner, che hanno presentato "L'anima russa, Esenin e Rachmaninov", un reading-concerto su Sergej Aleksandrovič Esenin(1895-1925) e Sergej Vasil'evič Rachmaninov (1873-1943).

Esenin celebre poeta russo che, nonostante fosse profondamente legato alle sue radici contadine, si innamorò e sposò Isadora Duncan, danzatrice statunitense, restandole a fianco anche nelle sue tournée in Europa e negli Stati Uniti.

L'ambiente della Duncan e la barriera linguistica uniti alla lontananza sofferta minarono psicologicamente il poeta soggetto spesso a crisi di rabbia e abuso di alcolici. Il matrimonio, celebrato nel maggio del 1922, vide il suo epilogo con il ritorno a Mosca di Esenin, nel maggio 1923.

Luigi Lo Cascio, attoreconosciuto al grande pubblico per le sue interpretazioni cinematografiche nel cinema d’autore, interpreta Esenin in modo magistrale, studiando con attenzione, parole, inflessioni e stato d’animo del poeta russo. Al pianoforte Gloria Campaner, un vero talento, poliedrica e sensibile interprete che riesce a entrare nelle “ottave” Sergej Vasil'evič Rachmaninov in modo magistrale.

Due personalità difficili e combattute quelle di Esenin e Rachmaninov, simili anche nei percorsi di vita e le cui opere esigono uno studio approfondito e una interpretazione sopra le righe.

Esenin esprime attraverso Lo Cascio il rimpianto di una Russia cambiata non più vicina ai ricordi, all’ infanzia e alla famiglia, un tormentato senso di colpa per aver lasciato la sua terra come in "Ei tu Rus', amata mia", "Confessioni di un teppista", "L'uomo nero".

Un reading ben articolato che la pioggia ha interrotto a pochi minuti dal termine, le lacrime di Esenin?

Anche in questo caso organizzazione ineccepibile quella del Festival della Bellezza (IDEM)

Nel 2012 Ivano Fossati aveva giurato che non avrebbe più suonato dal vivo. E così ha fatto.

All'edizione 2018 del Festival della Bellezza, Fossati è con il giornalista Massimo Bernardini per presentare il lavoro di recupero dei nastri di Giorgio Gaber, attraverso un lavoro di ingegneria del suono che ha dato vita all'album “Le donne di ora”, titolo anche di un brano inedito dell'artista milanese scomparso nel 2003.

Fossati attraversa il palco del Teatro Romano di Verona a passi lunghi e parla al pubblico come un appassionato professore farebbe ai suoi studenti, ripercorrendo la discografia di Gaber nel contesto dell'Italia degli ultimi cinquant'anni.

Una lezione di storia della musica costruita da Massimo Bernardini – anche biografo di Giorgio Gaber – come un dialogo tra le canzoni del cantautore scomparso e i brani più significativi di Ivano Fossati.  A cominciare da “Ciao ti dirò”, brano del 1958 e disco che inaugura la carriera discografica di Gaber e la nascita della Dischi Ricordi: accreditato come il primo rock 'n roll italiano eppure suonato con stilemi jazz, “certifica – racconta Fossati – l'anomalia rappresentata da Gaber nel mondo della musica italiana”.

Anche la più famosa “Non arrossire” è stata fatta rivivere grazie alle tecniche digitali, restituendo così tutta la modernità dell'arrangiamento, la compattezza della sessione ritmica e la novità dei violini. “Non sono solo canzonette”, insomma, quelle di Gaber prima della nascita del signor G, ma opere di professionisti della musica, come Iller Pataccini per Gaber e Davide Martini per Fossati.

Con “Le strade di notte” del 1962, Gaber conferma la sua essenza avanguardista e per il testo usa parole che appartengono più alla letteratura che alla musica di quegli anni in Italia. Si apre così la strada per il teatro-canzone e per le collaborazioni importanti con professionisti della musica e artisti come Luporini, Simonetti e Casellato e per i recital con Mina, che nel 1970 affianca il signor G e lo farà conoscere al pubblico teatrale.

“Faticoso – racconta Fossati – è stato anche il recupero del nastro di “Com'è bella la città” (1968), amaro racconto per paradossi del mito del progresso e della città come promessa finita.

Un lavoro di remastering dei file digitali che Bernardini chiama scherzosamente “trattamento Fossati” e che al pubblico del Teatro Romano riserva l'ascolto dell'inedito “Le donne di ora”, completamente ricostruita da Fossati intorno alla bellissima voce di Giorgio Gaber.

“Sono le canzoni di una volta che ci illuminano, come dei piccoli miracoli e quello che fa di un musicista un grande artista è la sua natura intuitiva di anticipatore: negli anni sessanta e settanta la discografia era più illuminata ma non perché gli artisti fossero migliori!”.

Fossati non rimpiange i bei tempi né si chiude a retrospettive narcisistiche ma lascia aperta la porta ai giovani che fanno musica e che all'Università di Genova lo chiamano professore, mentre aspettano di rivederlo sul palco con la chitarra e la band.

"La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare" (Herman Hesse)

Dal 27 maggio al 10 giugno 2018, Verona ospita la quinta edizione del Festival della Bellezza, una manifestazione che offre spunti di riflessione sulla bellezza intesa non tanto in senso oggettivo ma come espressione racchiusa nelle opere di grandi artisti.

Le locations, scelte non a caso COME il Teatro Romano, il Teatro Filarmonico e uno degli esempi più belli di giardino all'italiana Il Giardino Giusti.

Tema di questa edizione sono gli anni '60 e '70; anni di fermento culturale e artistico, con particolare attenzione al fenomeno della canzone d'autore.

Il secondo appuntamento sul palco del Teatro Romano, per l'occasione sold-out,è stato con Gino Paoli classe 1934, primo interprete della canzone d'autore che, con gli Amici della Scuola Genovese, ha dato il via al connubio tra il testo poetico e la musica,accompagnato dal Trio Kàla: Rita Marculli al pianoforte, Ares Tavolazzi al contrabbasso, Alfredo Golino alla batteria.

"Paoli canta Paoli"questo il titolo del concerto il giusto concentrato di tutta la serata.

Gino Paoli e il suo essere distaccato dal mondo pur essendone interprete dei sentimenti, un racconto malinconico di chi ha già vissuto una vita e ora non deve chiedere permesso a nessuno, sul tempo trascorso, sui ricordi che sbiadiscono e sulla consapevolezza che "di te resta cosa hai dato non quello che hai avuto".

I maggiori successi del cantante di Monfalcone, sono rivisti in chiave Jazz ed è un susseguirsi: "Cosa farò da grande", "Sassi", "Il mare, il cielo, un uomo", "Sapore di Sale", "Che cosa c'è", "In un caffè", "La gatta", "Fingere di te", "E m'innamorerai", "Un altro amore", "Vivere ancora", "Albergo a ore" (Herbert Pagani 1944-1988) "Il cielo in una stanza", "Una lunga storia d'amore", "Senza fine"; bis con "Quattro amici al bar"

Riprendendo il filo del ricordo e degli amici che non ci sono più, ha reso omaggio a Bruno Lauzi (1937-2006)"Ritornerai", Luigi Tenco (1938-1967)"Vedrai", “Il Nostro Concerto” Umberto Bindi (1932-2002).

Nota di colore della serata, la pioggia arrivata alle 22.30 che ha permesso al pubblico in platea, di avvicinarsi al palco per ripararsi, godendo in questo modo di una posizione privilegiata sino alla fine del live. Un pubblico disciplinato che ha saputo “dare” a Gino Paoli oltre che ricevere.

Organizzazione ineccepibile quella del Festival della Bellezza (IDEM).

Con il concerto di inaugurazione della stagione 2016/2017 del Teatro Ristori, il maestro Alberto Martini, nuovo direttore artistico del Teatro, ha da subito mostrato l'impronta che il ricco e variegato programma avrà nella stagione 2016/2017 e cioè "costruire un programma alternativo e complementare a quanto accade a Verona"

La nomina del maestro è arrivata a luglio 2016dalla Fondazione Cariverona, proprietaria del Teatro, che ha ratificato, in questo modo, la scelta fatta dalla società IES srl, società strumentale controllata da Cariverona, che si occupa della gestione del Teatro Ristori.

L'intento del maestro Martini è quello di dare una programmazione di ampio respiro, spaziando dalla musica sinfonica a quella da camera, da quella Jazz alla barocca con incursioni nella danza e nella prosa, cercando anche linguaggi alternativi e complementari.

Proprio con un concerto fuori abbonamento in prima esecuzione italiana del violinista e direttore d'orchestra Gidon Kremer, figura di primo piano del panorama musicale internazionale, e la sua Kremerata Baltica, è stata rappresentata la mission della stagione artistica del Teatro Ristori.

Il programma ha visto l'esecuzione, nella prima parte, della versione per violino, archi e percussioni di A. Pushkarev della Orphée suite di Philip Glass, la Fantasia in do maggiore D.934 di Franz Schubert nella versione di V.Kissine per violino e archi con solista Gidon Kremer.

 

Nella seconda parte di Modest Mussorgsky Quadri da (un’altra) esposizione (”Russia-faces and masks”), un progetto video comune di G.Kremer, M.Kantor e della Kremerata Baltica, con inserimenti di materiale video costituito da dipinti di Maxim Kantor.

 

I tre brani della seconda parte sono stati eseguiti senza interruzioni, per dare continuità al programma, e precisamente: di Pyotr Ilyich Tchaikovsky “Serenata malinconica” (versione per violino e archi di L. Desyatnikov), solista Gidon Kremer; di Modest Mussorgsky “Quadri da un’esposizione” (versione per archi di J. Cohen); di Valentyn Vasylyovych Sylvestrov “Serenata per violino solo” solista Gidon Kremer.

 

Le immagini coprotagoniste di un'esecuzione musicale, per dare un messaggio perchè "le immagini ispirano i compositori ed in un certo senso aiutano il pubblico a "comprendere" ciò che sta ascoltando", "...... non dobbiamo dimenticare che sono gli ascoltatori stessi che tendono a produrre immagini nella loro mente in reazione ai suoni che paiono stimolare qualcosa dentro di loro". I musicisti, pur nella neutralità della loro arte, non possono astenersi dall'influsso degli accadimenti sociali e politici e devono contribuire al mantenimento di una coscienza senza fornire risposte o soluzioni di sorta.

 

La Kremerata Baltica fondata nel 1997 da Gidon Kremer, ha come fine la promozione dei giovani musicisti talentuosi provenienti dall'area baltica, altro punto di incontro con il progetto del maestro Martini dell'Educationalmirato al coinvolgimento dei bambini e gli studenti di tutte le fasce di età, caratterizzato dalla collaborazione con la scuola e con il Conservatorio Dall'Abaco di Verona.

 

 

Una partenza che non può che stimolare al coinvolgimento anche di un pubblico giovane e che vedrà il prossimo appuntamento il 16 novembre con il primo concerto in abbonamento della Stagione Sinfonica con la violinista Alexandra Conunova vincitrice nel 2012 del Concorso Joachim di Hannover, premiata al Concorso Tchaikovsky nel 2015 e a cui è stato assegnato nel 2015 il Borletti-Buitoni Trust per le eccellenze musicali, che assieme a I Virtuosi Italiani presenterà un programma molto accattivante con musiche di E. Grieg, F. Mendelssohn Bartholdy, E. Chausson e N. Rota.

“Non so. Non saprei dire. L'etica? Non sono competente in materia”. Laura Morante non sa. Almeno una decina di “non so” alle domande del giornalista Beppe Muraro durante la presentazione della sua raccolta di racconti “Brividi Immorali”, esordio letterario dell'attrice e regista.

E' una Morante ironica e modesta, sincera e timida quella che incontra il pubblico di Bardolino in occasione della rassegna Parole Sull'Acqua 2018”.

Un'esordiente d'eccezione che sembra però non cavalcare la fama di diva del cinema né di regista di successo né quella di “nipote di” (Elsa Morante, ben più nota scrittrice d'eccellenza). Siede elegante e composta di fronte a un pubblico numeroso, curioso di lei, dei suoi tic nervosi, della sua voce morbida e graffiata insieme che racconta di un'infanzia trascorsa tra i libri, “unico svago nella provincia di allora”.

La pubblicazione è arrivata su insistenza dell'amica Elisabetta Sgarbi, direttrice della casa editrice La Nave di Teseo, che è diventata a un certo punto anche la lettrice di riferimento della Morante: “A differenza di molti scrittori, come Céline ad esempio, che per scrivere hanno bisogno di immaginare un lettore ostile, io ho avuto bisogno di pensare a un pubblico amico”.

Ridacchia, con un  secco e contenuto "ah-ah" e chiude il tentativo di parlare di sé e della sua opera. “Brividi Immorali” prende il nome da uno degli interludi contenuti nella raccolta: “Un titolo ironico, i brividi sono in realtà piccole trasgressioni quotidiane, piccole aperture che si squarciano e diventano abissi”.

E così non raccogliere gli escrementi del cane diventa una sfida con se stessi, con l'etica, con ciò che è giusto e accettabile, innescando una divertente lista di future trasgressioni:

“E ora si aprono prospettive infinite.

Abbandonare sulla spiaggia un sacchetto di plastica.

Farsi strada sgomitando per arrivare tra i primi al buffet.

Corteggiare i potenti.”

[…]

La Morante scrive inconsapevole di aver trattato il tema della conciliazione della moralità con le proprie aspirazione e pulsioni, non sa individuare le influenze né si dimostra interessata a parlare delle nomination a David di Donatello e Nastri d'Argento.

Scrive però con due certezze: voler trattare le parole come musica, decidendo di dare una denominazione musicale ai racconti più brevi, aperti e chiusi dai pentagrammi di Nicola Piovani, e restituire la realtà con sincerità, con l'onestà di chi ricerca l'aggettivo giusto per giorni e giorni.

Non per perfezionismo maniacale bensì per rendere onore all'arte, “citando Cechov: si può ingannare la gente, persino Dio ma nell'arte non si può mentire”.

L'autrice chiarisce di aver trattato i racconti e gli interludi come dei ritratti dal vero, per quanto possano risultare surreali e lontani da una riproposizione naturalistica, lasciando libero sfogo all'attitudine del voler ascoltare più voci, di voler guardare la scena da più punti di vista: “Una questione di prospettiva, che ho cercato di rendere evidente diversamente dalla semplice economia dello sguardo e usando il filtro dell'ironia”.

Una Laura Morante diversa da quella che in molti si aspettavano: apparentemente altezzosa, troppo francese per essere italiana, si dice. Una grande che vorrebbe scomparire dietro alle parole scritte: “Amo la narrazione stratificata, in questo senso gli interludi hanno una scrittura meno egocentrica”, spiega.

Soprattutto nell'ultimo racconto (Controvoglia) le sembra di aver centrato l'obiettivo: lasciare che il racconto si componesse da solo, che la realtà apparisse evidente senza doverne scrivere.

Ma sono gli interludi i suoi preferiti: “Se potessi, scriverei solo haiku. Gli interludi mi hanno permesso una prosa musicale, con pari attenzione a senso e musica”.

Si tocca i capelli, ridacchia breve, sorride: “scrivere è stato un gesto temerario ma amo sfidare la mia natura di fifona”.

Eppure la Morante non teme il giudizio e stupisce ammettendo di preferire un buon libro a un buon film. Niente di autobiografico in Brividi immorali” perché tutto è autobiografico.

 

Prova disagio a un riporto cosciente del proprio vissuto e confessa di essere il giudice più severo di se stessa: “Ho paura di scrivere cose che non piacciano a me. Quando non piace a me, nessuna lode può compensare.”

Dimenticatevi Povia, il Festivalbar e Music Farm: quello è il Francesco Baccini di chi è nato dopo il 1980 o di chi ha sempre snobbato il cantautorato italiano. Baccini c’è ed è l’artista di sempre, che scandisce bene le parole dei suoi testi e li regala generoso anche sul palco di Cavaion Veronese nella fresca serata di domenica 20 maggio.

Da subito svela il suo sangue blues con “Troppa birra nei bar “e coccola i fan storici con la più celebre “Ho voglia di innamorarmi” ma resiste solo un paio di brani e poi non le manda a dire: è con un brano dello stesso album del 2010, la lucida e amara fotografia di “Ci devi fare un goal”, brano – come racconta Baccini stesso dal palco – scelto da Caterina Caselli (Sugar) e rifiutato da Sanremo.

E’ un’Italia immobile quella cantata dal cantautore genovese, fatta di “vite di serie C” e di paura, quella paura del diverso già nel 1993 e ben disegnata in “Mani di forbice”. Un’Italia che non deve piacere molto a Baccini, che pare improvvisare la scaletta in continuo dialogo con il suo chitarrista, Fabio Schimmenti, e il batterista Max Baldaccini (per un attimo alle prese con la percussione di un set di pentole), un Paese fatto anche di musicisti che abusano dell’autotune suscitando tutto il sarcasmo di cui l’artista è capace.

Negli anni settanta Baccini era il giovane e promettente portiere della Sampdoria, che coltivava i miti musicali di allora. Tra questi, Fabrizio De André, con il quale compone Genova Blues, inno dedicato alla sua città e quella che sarebbe diventata la sua nuova squadra del cuore dopo la morte del padre: il Genoa.

Un cantautore che non ha dunque paura di cambiare idea né di pentirsi e scusarsi per aver fatto scelte poco intelligenti per la sua integrità artistica, scelte che negli ultimi dieci anni hanno offuscato la qualità della sua produzione e fatto dimenticare la prima Targa Tenco conquistata nel 1989 con “Cartoons”.

Si regala al pubblico con professionalità, seduto alle tastiere dimostra di aver continuato a coltivare passione e conoscenza di uno strumento (il pianoforte) che conosce bene, la voce è chiara, ferma ed espressiva, non molto diversa da quella del 1990 nel brano “Le Donne di Modena”.

L’arma del sarcasmo ferisce ora come allora e definisce i contorni di una realtà che appare oggi ancor più vera di 22 anni fa, quando esce Filma”, brano censurato dalle radio per istigazione alla violenza. Erano i brutti anni di Pietro Maso e dei sassi dai cavalcavia e Baccini li aveva immaginati con i caratteri contemporanei della mania di apparire in video.

Canta il suo tributo a De André con l’altrettanto cinica “Ballata dell’amore cieco” e ripropone successi più recenti come la colonna sonora del campione di incassi “Maschi contro Femmine” (2010), pezzo frutto di una scrittura spontanea e fulminea: “mi hanno detto il titolo del film e l’ho composta in otto minuti”.

Ma il pubblico chiede “Sotto questo Sole”, tra i singoli più venduti del 1990, e “Margherita Baldacci”, geniale sberleffo alla musica leggera italiana.

Francesco Baccini accontenta il suo pubblico storico e sorprende chi si trovava a passar di lì per caso: jeans e cappellino, si alza in piedi e si inchina a ogni canzone, uomo da cabaret che fotografa il suo Paese, scanzonatamente romantico, genialmente normale.

 

 

Dal 1 febbraio al 3 giugno 2018 al MUDEC-Museo delle Culture di Milano è possibile visitare l’intensa retrospettiva dedicata all'artista giudicata da alcuni come la più grande pittrice del Novecento: Frida Kahlo (1907 - 1954).

"Frida. Oltre il mito" non è solo la celebrazione dell'artista messicana, ma una mostra che propone una nuova visione della pittrice.

Mostra-evento, così è stata definita dagli addetti ai lavori, in quanto in un'unica sede espositiva, sono esposte opere provenienti dalle due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo: il Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, con il contributo di prestigiosi musei internazionali che hanno prestato dei capolavori mai visti in Italia.

Valore aggiunto della mostra, l'Archivio, rinvenuto nel 2007, a Casa Azul de Coyoacán, l'abitazione nativa e dove Frida, ha poi vissuto con Diego Rivera suo “amore pigmalione”, celebre pittore muralista, oggetto di un certosino lavoro di studio del curatore della mostra: Diego Sileo.

Una vita travagliata quella di Frida, profondamente segnata dalla sofferenza fisica fin dalla nascita, affetta da spina bifida, inizialmente scambiata per poliomielite, ebbe una svolta drammatica il 17 settembre del 1925 con l'incidente in cui rimase vittima riportando gravi ferite che, nonostante i ripetuti interventi chirurgici, minarono per sempre il suo corpo, costringendola a lunghi periodi di immobilità a letto.

Proprio il rapporto ossessivo con il proprio corpo compromesso, è il filo conduttore delle opere di Frida Kahlo;  lei stessa è manifesto delle sue paure, del dolore, unito a quello dell’ incapacità di portare a termine una gravidanza. Un dolore profondo che si trasforma in uno sfrontato cinismo.

Una donna profondamente legata alle sue origini, al folclore della propria terra, alla politica, tanto da riconoscere come proprio anno di nascita quello della rivoluzione messicana del 1910.

Osservare un quadro di Frida non è assorbire una sofferenza, ma un'immersione dell'essere umano nelle sue fragilità, nei suoi istinti più carnali. Non è una donna per le donne, ma un'esibizione del proprio essere, come nelle idee politiche e sociali, così come l'artista le ha vissute. Una condivisione della sofferenza quasi terapeutica.

"Hanno pensato che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà" (Frida Kahlo)

Una mostra a 360° alla scoperta del mondo e della cultura di Frida Kahlo, con conferenze, eventi dedicati, letture dei diari e lettere scritte dall'artista a Diego Rivera, al Messico di Frida con le tradizioni precolombiane a lei care.

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